domenica 30 marzo 2014

I fratelli Karamazov 3 - la consapevolezza

quando (il monaco) avrà riconosciuto non solo di essere peggiore di tutti i laici, ma anche di essere colpevole davanti a tutti gli uomini per tutti e per tutto, di tutti i peccati umani, collettivi e individuali, solo allora il fine della nostra comunità sarà stato raggiunto. Giacché sappiate, cari, che ciascuno di noi è senza dubbio colpevole per tutti e per tutto ciò che accade sulla terra, non solo per la comune colpa del genere umano, ma ciascuno personalmente è colpevole per tutta l'umanità e per ogni altro singolo uomo sulla terra.
Questa consapevolezza è il coronamento del cammino del monaco, così come di ciascun uomo sulla terra.

F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, p. 228

I fratelli Karamazov 2 - l'amore per l'umanità

(lo starec Zosima racconta alla signora di poca fede di un medico, che gli diceva:) 'Io amo l'umanità, però mi meraviglio di me stesso: tanto più amo l'umanità in generale, tanto meno amo i singoli uomini, presi separatamente, come persone distinte. Non di rado nelle mie fantasticherie ho formulato piani appassionati per servire l'umanità  forse mi sarei davvero fatto crocifiggere per gli uomini, se ce ne fosse stato improvvisamente bisogno, ma intanto non sono capace di vivere due giorni nella stessa stanza con qualcuno, e lo so per esperienza. Non appena qualcuno mi sta vicino, subito la sua personalità soffoca il mio amor proprio e limita la mia libertà. In sole ventiquattr'ore arrivo a odiare le persone migliori del mondo: uno perché è troppo lento a pranzo, l'altro perché ha il raffreddore e si soffia il naso di continuo. Divento nemico degli uomini non appena qualcuno mi sfiora. In compenso avviene sempre che più odio gli uomini presi singolarmente, più ardente diventa il mio amore per l'umanità in generale'.
Ma allora c'è solo da disperarsi? (chiede allo starec la signora di poca fede)
No, è già sufficiente che vi affliggiate per questo. Fate quello che potete e ve ne sarà reso merito. Avete già fatto molta strada se siete in grado di conoscere voi stessa in modo così profondo e sincero. Se invece anche con me avete parlato con tanta franchezza al solo scopo di ottenere approvazione per la vostra sincerità, come è avvenuto or ora, allora sicuramente non combinerete nulla nelle vostre imprese di amore operoso; i vostri rimarranno soltanto sogni e la vostra vita scivolerà via come un fantasma.  In questo caso, cesserete pure di pensare alla vita futura e alla fine troverete pace in qualche modo.

F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, pagg. 80-81

giovedì 27 marzo 2014

italiacano 7

ieri sera sono tornata tardi da vicenza, e ho avuto modo di vedere meglio che c'è un posto, nella zona industriale di sovizzo, che nell'insegna fuori, in grande, ha scritto SNECCHERIA.
che la prima volta che l'avevo visto, passando, mi pareva di aver letto 'speccheria', ma ero sicura di essermi sbagliata. e infatti.

mercoledì 26 marzo 2014

il libro


ecco, l’impresa è a buon punto. ho finito ora, sul treno che mi riporta a casa da un pomeriggio a milano, la parte terza di quattro. e posso dire, non tanto ma questo lo posso dire, che questo libro, i fratelli Karamazov, è uno dei libri più belli della storia, un libro stupefacente, traboccante, un libro che mi ha aperto di nuovo il libro dei misteri dell’uomo, del bene e del male, pieno zeppo di cose nessuna superflua, come le cose che più mi affascinano – penso ai film di kieslovskij, penso a simone weil, e penso alla neve e alle erbe e ai fiori, e alle montagne, all’universo e ai suoi misteri, alla sua grandezza, alla grandezza e all'abisso e al mistero dell’essere umano. c’è tutto, la passione, l’amore, l’ira, la vendetta, la miseria, la povertà,  c’è il dolore dei bambini, c’è la fede e il suo contrario, il peccato, la redenzione e la condanna, c’è l’affetto filiale, fraterno, ci sono i padri, le madri, i figli e gli amanti, c'è l'infinito mistero della vita. non c’è niente di inventato, è tutto vero, sicuramente è questo che più mi commuove, ne ho parlato tante volte, questa è la vera poesia, per me, la vera letteratura, mi continua a tornare in mente la frase così cara di hemingway, hai sempre scritto e scriverai ancora, scrivi solo la frase più sincera che sai, questo è quello che ha fatto fedor, e la sua verità è smisurata, immensa, è un oceano, è uno sconfinato abisso.
non ho trovato nessuno, finora, come lui. nessuno.

martedì 25 marzo 2014

i fratelli karamazov 1 - vergognarsi, offendersi

Non sentitevi in imbarazzo, gli disse lo starec, ma fate come se foste a casa vostra. E, soprattutto, non vergognatevi tanto di voi stesso, giacché è da questo che deriva tutto.
...
La cosa più importante è che non mentiate a voi stesso. Colui che mente a se stesso e dà ascolto alla propria menzogna arriva al punto di non saper distinguere la verità né dentro se stesso, né intorno a sé e, quindi, perde il rispetto per se stesso e per gli altri. Costui, non avendo rispetto per nessuno, cessa di amare, e, incapace di amare, per distrarsi e divertirsi si abbandona alle passioni e ai piaceri volgari e nei suoi vizi tocca il fondo della bestialità, e tutto queso a causa dell'incessante menzogna nei confronti degli altri e di se stesso. Colui che mente a se stesso è più suscettibile degli altri all'offesa. Offendersi è a volte molto piacevole, vero?

I fratelli Karamazov, pagg. 61-63

venerdì 21 marzo 2014

italiacano 6

ieri in aula insegnanti, due colleghe delle medie stavano scrivendo un avviso per una mostra, in cui dovevano dire alle famiglie che gli alunni dovevano arrivare autonomamente a vicenza, così da evitare i costi del pullman, e hanno convenuto di scrivere che
gli alunni dovranno essere AUTOMUNITI.
dopodiché, arrivati a vicenza, gli alunni saranno ACCOLTI dalle insegnanti davanti a palazzo capitanato.
e mi sono venuti in mente dei post di paolo nori, ogni tanto ne scrive uno, che parlano della lingua che si insegna a scuola, che è una lingua che non esiste e non parla nessuno, che poi io non è che sono tanto d'accordo, però a sentire ste robe, magari a uno gli vien da pensare che è vero. un pezzetto per esempio è questo, che parla del centro loris malauguzzi, dove c'è un archivio dei lavori dei bambini delle scuole dell'infanzia di reggio emilia:
ho letto che quello scrittore lì, che si chiama Lorenzo Silva, e è nato a Madrid nel 1966, «è autore di numerosi libri», e ho pensato che nelle quarte di copertina i libri son sempre numerosi, non sono mai tanti; e che la scuola il mestiere che fa, forse, è un po’ quello lì, di dare un tono alle nostre scritture, di insegnarci a scrivere in una lingua che non è esattamente la nostra lingua madre, una lingua dove non si arriva ma si giunge, dove non ci sono mamme ma madri, e non ci sono babbi ma padri, e non ci sono vecchi ma anziani, e non ci sono macchine ma autovetture, e non si dice «Che ti venga un canchero» ma «Vai al diavolo», e mi è venuto in mente lo scrittore e matematico russo Aleksandr Zinov’ev che nel libro Cime abissali si chiede come mai, in Unione sovietica, l’università riusciva a produrre, dalle decine di migliaia di studenti dotati che tutti gli anni si iscrivevano, quel centinaio di burocrati che ogni anno si laureavano con il massimo dei voti, e mi è venuto da pensare che un lavoro come quello che fa il centro internazionale Loris Malaguzzi, di conservare quelle scritture così belle, così poetiche e così strampalate, è un lavoro che meno male che c’è qualcuno che lo fa.

il post è questo qua

mercoledì 19 marzo 2014

la realtà e l'immaginazione

uno dei miei aforismi preferiti è quello che recita: la realtà supera sempre l'immaginazione'.
ho visto a scuola un volantino di una mostra a vicenza con su scritto: van gogh tutankhamon.
non so.

martedì 18 marzo 2014

italiacano 5

stamattina, a radiotre scienza, hanno detto che un degli ospiti era del Gran Sasso /sàiens ìnstitut/.
mi è venuto in mente gigi meneghello, che citava lo 'snack bar al cantòn' (in dialetto veneto, canton significa angolo)

ognuno riconosce i suoi - il sistema linfatico 8

domenica scorsa sono andata a trieste con una mia amica, che deve liberare l'appartamento di suo zio, e il primo libro che ho visto è stato uno dell'adelphi, di james hillman, la forza del carattere, e a parte che l'appartamento sta in un posto meraviglioso, che dalla finestra del soggiorno vedi tutto il golfo di trieste, ed era una giornata di sole incredibile, ho pensato: sì, la giornata comincia veramente bene.
poi ho trovato anche una edizione messa bene dei fratelli karamazov, che è da tanto che voglio leggerlo, ma l'edizione che avevo non mi ispirava, e non potevo prenderlo in biblioteca, è troppo grosso.
quando sono tornata a casa, il professore mi ha detto che mi devo sbrigare, a leggerlo, perché lo vuole leggere anche lui, e poi mi ha detto: non capisco come fai a voler leggere questo e non guerra e pace che è uno dei libri più belli che io abbia mai letto, e io l'ho guardata  stupita, come se uno mi chiedesse non capisco come mai non ti piaccia il formaggio visto che ti piacciono tanto i pomodori, come quelli dell'ikea che alla cassa trovi questo messaggio: ti è piaciuta la borsa gialla? comprane una blu!
forse perché dostoevskij ha pensato che stava per morire, proprio, e invece poi gli hanno detto no, non muori più, non so, forse perché a me, dostoevskij, le robe che scrive, secondo me si sente, che anche per lui, sono un problema, forse perché a me interessano ste robe qua, non quelle là, perché a me piace di più una decina di pagine sul carattere di una persona che sulla minuziosa descrizione di una battaglia.
a me, le battaglie non mi interessano, e sinceramente non mi pare che sia una cosa così strana.
dei libri, non è che ce ne fossero tanti altri, che mi interessavano proprio, a parte questi. però c'era praga magica, di antonio maria ripellino, che non vedo l'ora di leggere.
ma adesso ci sono i fratelli che mi aspettano, e non ce n'è più per nessuno. perché quando parti per questi viaggi qua, non sai mai dove vai a finire, e quando torni, comunque, è sempre, come i magi, per un'altra strada.

lunedì 17 marzo 2014

italia mia, benché 'l parlar sia indarno 3 - il rock, la storia

il sindaco marino, che fa il concerto dei rolling stones al circo massimo, ha detto che lui vuole 'portare il rock nella storia'.
hanno pure deciso di tenere il prezzo del biglietto il più basso d'europa, 78 euro (capirai), e hanno detto che verrranno tantissimi dall'inghilterra, dove i rolling stones non faranno neanche una tappa, sicuramente per entrare in contatto con la gloriosa storia della città eterna.

domenica 16 marzo 2014

la mia voce

la mia voce, ho visto gente che piangeva, a sentirla.
per molto tempo ho pensato di avere qualcosa di sbagliato, nella mia voce.
mi dicevano che cantavo come le donne in chiesa, che avevo la voce da vecchia, robe così.
poi ho cominciato a studiare canto lirico, e le mie varie maestre, tutte a dirmi la stessa cosa, che avevo una bellissima voce. poi però provavo l'ammissione al conservatorio, che andare da un maestro di canto costa, mentre il conservatorio, allora, si studiava praticamente gratis, come al liceo, e poi facevi l'esame, però, manco lì gli piaceva, la mia voce, mi hanno mandato via da vicenza, verona, venezia, cesena perfino. questo, unito al fatto che ero fuori età già allora, beh, avrebbe stroncato chiunque, credo. ma poi c'è stato il maestro gajoni, e loredana, la mia vera maestra, e ho continuato lo stesso. quando andavo a casa sua il tempo si fermava.
e poi a roma, che fatalità la mamma di una mia alunna era una cantante, e le ho chiesto di sentirmi, e mi ha detto che avevo un timbro tebaldiano, e per qualche anno sono stata sua allieva, stavo preparando l'esame di terzo, andavo anche a studiare teoria e solfeggio con un maestro bravissimo, a roma, ma poi sono arrivati i figli, e l'ernia iatale, e il reflusso, e non riesco più a cantare, e nessuno capisce cosa vuol dire, anche i musicisti, ti dicono 'usa il diaframma', come mio fratello, 'eh, si sentiva che non usavi il diaframma', ma che stai a dire, se lo strumento è fesso, hai un bel da soffiare, i musicisti non capiscono, io non sono una musicista, io ho, avevo anzi, questa cosa dentro, certo ho imparato tante cose, sulla mia voce, ma era come una cosa che ero io e non ero io. adesso, è come se fossi diventata sorda, o cieca, non lo capisce nessuno. uno dei sogni che mi ricordo che facevo da piccola era che mi succedeva qualcosa di brutto, io gridavo per chiamare aiuto e non mi usciva la voce.
e stamattina in chiesa dovevo cantare, è stato terribile, come nel sogno, non mi usciva la voce, niente, ho anche preso la nota sbagliata e ho dovuto inventare qualcosa, una cosa indecente, e nessuno poi mi ha detto niente, neanche una parola, ed è stato ancora peggio, perché lo so cosa hanno pensato tutti, hanno pensato quello che pensano tutti, anch'io, quando sento una che non ce la fa, ma cosa canti a fare, ma non ti accorgi che non ce la fai, chissà come si crede brava, poveraccia, che poi non è neanche quello, quello mi interessa fino a un certo punto, cosa vuoi che mi dicano...
dopo la messa non sono uscita con gli altri. sono tornata a casa, che c'è una porta che dalla chiesa arriva direttamente a casa mia, e da lì sono andata incontro ai bambini che tornavano a casa. bruno mi ha detto: e tu cantavi, vero mamma? io gli ho detto che avevo cantato male, e che ero disperata, e ci siamo abbracciati, non mi ha detto niente, ma è stato bello, il suo abbraccio. poi l'organista, che è un mio amico, solo lui ha cercato di dirmi qualcosa, dai che adesso sei un po' depressa, ma guarda che quando vai giù, poi torni su, ma io lo so che non è così, è troppo tempo, è troppo grave, neanche i miei  genitori mi hanno detto qualcosa, e lui non mi ha detto niente, i miei genitori, vabbè, ma lui, lui perché non mi ha detto niente???

speak

paolo nori è andato a trento con sua figlia e ne ha parlato in un pezzo, e ha scritto che ha preso una pizza con troppo speak, e io vorrei dirgli: ma perché lo chiami speak? o è la battaglia che chiama lo speck speak? ma non lo faccio.
che mi sembra come quando ero in collegio, all'università, che le altre, il tailleur, lo chiamavano taiùr, invece di taièr, e la salopette, la chiamavano scialopet, e io non sapevo se facevano apposta o credevano proprio che si dicesse così, ma non gliel'ho chiesto, perché poi mi dicono sempre che voglio sapere tutto io, invece è che a me mi dispiace, quando uno dice le cose sbagliate e non lo sa e pensa di dirle giuste così.

giustificazioni

ieri mattina alla radio hanno parlato del patron tedesco del bayern monaco, che pare che sia la squadra di calcio più forte d'europa. per aver evaso non so quante tasse, si è preso tre anni e mezzo di galera. e non vuole fare appello.
ha ammesso di aver sbagliato, e di voler pagare per quello che ha fatto.
ieri parlavo con una bidella della mia scuola, che nonostante le apparenze molto dimesse, si è rivelata invece informata e di un pensiero non comune. parlavamo di corruzione dei politici, e io ho parlato di mediocracy, beh, non proprio in questi termini, e lei diceva: ma se una persona è onesta, poi, quando arriva lì, cambia?
eh, che ne so. ma quelli veramente onesti, sono pochi.
oggi comunque, i giornali paragonavano hoeness, il presidente del bayern, a berlusconi, che pur condannato in tutti i gradi non solo non va in galera, ma vorrebbe pure farsi eleggere al parlamento europeo. e va beh.
quello che mi ha irritato, stamattina, è stato un articolo del giornale in cui si incita alla resistenza civile, che non ha per fortuna mai l'indecenza di chiamare col suo nome, lotta non violenta,  citando quella degli afroamericani, degli indiani (senza riuscire grazie a dio a nominare i loro leaders) e perfino don lorenzo milani, associandosi con assoluta nonchalance a questa allegra brigata di resistenti: come vedete, dice chi scrive, siamo in buona compagnia.
perfino don lorenzo, va bene, adesso.
la cosa che questo signore finge di ignorare è che i suddetti, per i loro ideali, erano pronti ad andare in galera e a sacrificare la loro vita, come ho detto ai miei alunni proprio l'altro giorno, parlando degli irlandesi morti per sciopero della fame.
il suo amico, per cui tutti siamo invitati alla resistenza civile, vuole lottare per non andarci, in galera.




venerdì 7 marzo 2014

io

che a me capita sempre che uno mi dice: che brava che sei e un altro, poco prima o poco dopo, mi dice che non sono capace di fare niente.
e io sto ancora lì a pensare che devo farmi dire come sono da qualcuno.

capire, studiare 2

che poi non è proprio vero, che non ho mai imparato a studiare.
quando ho fatto il concorso magistrale. se non proprio a studiare, ho imparato almeno cosa bisogna fare per superare brillantemente un esame.
devo molto, se non tutto, a un vecchio direttore didattico, il direttore ceron, gli occhiali spessi, i capelli rossicci ormai bianchi, la pelle chiara dei rossi. ci trovavamo nel salotto di casa sua, attorno al tavolo buono, eravamo in tanti, lui ci preparava delle dispense, riassunti di libri, schemi. anch'io ne ho preparato uno, era su un libro di gardner, avevo sbagliato titolo ma ormai l'avevo fatto, era sulle scuole esemplari nel mondo. poi ho fatto anche quello delle intelligenze multiple.
il direttore ceron mi ha insegnato anche come fare un tema da concorso. ci dava dei temi fatti, e dei titoli, e noi dovevamo farli, io non li volevo fare, poi lui li correggeva e alla fine, dopo un lungo lavoro, avevi un temino da usare, secondo lui ne dovevamo fare uno per ogni argomento. erano tutti terrorizzati di fare questa cosa, perché non andava mai bene, quello che facevano, gente che per mesi è andata avanti a rifare lo stesso tema.
A un certo punto, non mancava tanto all'esame, mi sono decisa a scrivere anch'io qualche tema, e lui, non so se per la stima che aveva per mia madre, che aveva lavorato con lui come applicata in segreteria, non so se perché mi aveva capita, mi ha fatto leggere un tema senza averlo neanche guardato. alla fine c'era un silenzio, di tutti, che ho capito che io l'esame lo passavo.
il direttore ci dava dei consigli tipo mettere dentro almeno tre o quattro citazioni, mai esprimere posizioni personali, mai essere critici, gli altri li prendevano sul personale, ma come? non posso dire la mia opinione? che una mia cara amica, era la terza volta che provava il concorso, non l'ha passato neanche la terza volta, io mi pare che ho preso 38/40, e come dice questo, e come afferma quell'altro, che io, mica mi ero portata le fisarmoniche coi temini del piffero, io mi ero scritta le mie citazioni, quelle che mi servivano, e basta, il resto l'ho fatto lì, un lavoro grosso, che alla fine ero stravolta, all'uscita, ho scritto sei fogli protocollo pieni, era un pacco, con la malacopia.
poi all'orale ho preso 40/40, perché ho portato dei libri, mica i librettini per maestrine dalla penna rossa, mi sono letta dei libri tosti, ho fatto le sintesi, sapevo cosa dire, e su consiglio del direttore, portavo anche diritti e doveri del docente, che tanto poi ti chiedono sempre qualcosa lo stesso, allora perché non giocare d'attacco?
insomma, alla fine l'ho capito anch'io, che fare un esame, mica devi andare dietro alle tue cose: devi dargli quello che vogliono. le tue opinioni, quello che ti interessa, se sei d'accordo oppure no, beh, quello è tutta un'altra storia. 


mercoledì 5 marzo 2014

capire, studiare

una cosa importantissima che ho imparato da questo libro per cui ringrazio tantissimo la dottoressa mormando, è che spesso i bambini ad alto potenziale non imparano mai a studiare, perché siccome riescono benissimo nelle prove, confondono l'aver capito con l'aver studiato.
ecco, mi sono detta, cara laura, perché hai dovuto rifare storia del cinema, storia della lingua italiana, latino, geografia, storia contemporanea eccetera eccetera. perché tu, a studiare, non hai  imparato mai.
questo oltre a quell'altro motivo, come ho detto a quello che mi ha fatto l'esame di storia della lingua e che era rimasto scioccato dal fatto che mi ricordassi il titolo dell'opera di giangiorgio trissino 'de le lettere nuovamente aggiunte ne la lingua italiana', (perché lui, il giangiorgio, aveva proposto che si aggiungessero tipo la K al posto del ch+i o e, e altre), quando gli ho detto questo bel titoletto, che in realtà me lo ricordavo solo perché io ho fatto il liceo g.g. trissino, e quindi quando ho trovato sta roba che aveva scritto colui che aveva dato il nome al mio liceo, m'era rimasta impressa, lui mi ha chiesto come mai una che si ricorda ste robe qua ha dovuto rifare l'esame, anzi: mi aveva mandata via lui, eh, ne ho rifatti, di esami, gli ho detto, e come mai, che poi in certe cose, che so, teoria e metodologia della letteratura ha preso 30, 
'eh, gli ho risposto, mi hanno chiesto sempre l'unica cosa che non sapevo'.

cheerleaders


oggi sono andata alla festa di carnevale organizzata dal comitato genitori.
a un certo punto entrano in scena delle bambine, più della metà mie alunne, vestite da ragazze pon-pon, che adesso va tanto di moda chiamare 'cheerleaders'.
si esibiscono in un piccolo show scandendo slogan del tipo: non mi piace la matematica, italiano e religione: che disperazione! a noi piace solo la ricreazione!
mi si sono contorti i lineamenti dal disgusto, qualcuno che era vicino a me se n'è pure accorto. non ho potuto fare a meno di pensare a quel post che cesare moreno ogni tanto pubblica, che si intitola 'la scuola era il mio gioco preferito', e quando l'ho letto ho pensato che anche per me, era così, la scula era il mio gioco, la mia passione, andare a scuola, imparare cose nuove, per me, era la cosa più bella.
e alcune di quelle cheerleaders in erba sono tra le mie alunne più dotate. e sono certa che queste frasi, che hanno faticato ad imparare a memoria e che gridano con convinzione, non corrispondano ai loro veri sentimenti, ma siano invece quello che pensano i loro genitori, quelli che si incazzano se non gli dai dieci, perché 'come fai a spiegare a una che ha il cervello da dieci che ha preso nove?' che sono tutti lì intorno, tutti a ridere e fare foto, e hanno speso soldi, tempo, per fare quei vestitini, così carini, pensare, e fare impararare, quelle simpatiche frasette, e provare la bella scenetta, per esibirle alla festina come bravi cagnolini.
 in america il cheerleading è lo sport, lo chiamano così, e forse ci credono anche, più praticato nelle high schools.
dalle femmine, naturalmente.
certo, richiede un impegno fisico, un esercizio, un allenamento non indifferenti.
ma da qui a chiamarlo sport... queste povere ragazzine, con le loro gonnelline inguinali, il sorriso stampato in faccia anche nelle mosse più faticose, le loro gambette perfette, stanno lì a dimenarsi in assurde acrobazie  mentre loro, i maschi, fanno la vera gara.
fanno la coreografia.
tappezzeria. contorno.
ci sono anche le science cheerleaders, che io, quando l'ho visto, ho pensato che fossero le cheerleaders che anche studiano. in realtà non è proprio così: queste vanno a fare le cheerleaders, vestite da cheerleaders proprio, con le gonnelline, i pom-pom, come li chiamano in inglese, i body belli scollati, a fare le coreografie invece che per il football team del cuore, per la scienza. vanno ai festival della scienza eccetera, tirano su i cartelloni con la scritta S-C-I-E-N-C-E, presumo con l'intento di esortare la gente a interessarsi alle materie scentifiche, come fossero una delle tante squadre di football o basketball.
ho visto anche un video, intervistavano queste ragazze, laurea di qua, dottorato di là, e vai con la coreografia, un sorriso a trentaquattro denti e una piroetta.
no, non è proprio invidia, io da piccola volevo fare la scienziata, mica la ragazza pon-pon, è rabbia, quella che ho provato, sconforto, e sabato 8 tutte a festeggiare con le amiche, e per fortuna che ho tre figli maschi, ho pensato.