martedì 18 aprile 2017

dimmi cosa leggi...

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hanno fatto sta mappa dei libri preferiti paese per paese.
Italia: Divina Commedia
Spagna: Don Chisciotte
Russia: Guerra e pace
Svizzera: Heidi

sabato 15 aprile 2017

il re è nudo 2 - veduta

TRUTAT (1824-1848), Baccante distesa

In base all'uso e a convenzioni che, anche se finalmente in discussione, non sono tuttavia affatto superate, la presenza sociale della donna ha una qualità diversa da quella maschile. La presenza dell'uomo dipende dalla promessa di potere che egli incarna. Se la promessa è grande e credibile, la sua presenza è straordinaria. Se la promessa è irrisoria o non credibile, la sua presenza è considerata scarsa. Il potere annunciato può essere morale, fisico, emotivo, economico, sociale, sessuale, ma il suo oggetto è da sempre esterno all'uomo. La presenza dell'uomo suggerisce ciò che egli è capace di fare a voi o per voi. La sua presenza può essere ingannevole, nel senso che egli finge di avere capacità che non ha. La finzione è, però, sempre rivolta  a un potere che si esercita sugli altri.
    La presenza della donna, invece, esprime l'atteggiamento che ella ha verso se stessa, e definisce cosa le si può e non le si può fare. La sua presenza si manifesta nei gesti, nella voce, nelle opinioni, nelle espressioni, negli abiti, negli ambienti di cui si circonda, nel gusto. In effetti non vi è nulla in ciò che ella fa che non contribuisca alla sua presenza. La presenza della donna è così intrinseca alla sua persona che gli uomini tendono pensare a essa come a una sorta di emanazione fisica, una specie di calore o odore o aura.
 
   Nascere donne ha significato nascere sotto custodia, affidate a uomini in uno spazio racchiuso e angusto.La presenza sociale delle donne si è sviluppata in funzione della loro disponibilità a vivere sotto tale tutela entro uno spazio tanto limitato. Ciò è avvenuto, però, al prezzo di una spaccatura: l'io delle donne si è diviso in due.
La donna deve guardarsi di continuo. Ella è quasi costantemente accompagnata dall'immagine che ha di se stessa. Sia che attraversi una stanza, sia che pianga la morte del padre, la donna non riesce a evitare di visualizzarsi nell'atto di camminare o piangere. Sin dalla primissima infanzia, le hanno insegnato e l'hanno convinta a osservarsi di continuo.

   E così ella arriva a considerare il sorvegliante e il sorvegliato che ha in sé come i due elementi costitutivi e pur sempre distinti della sua identità di donna.
   Deve sottoporre a scrutinio tutto ciò che è e che fa perché il suo modo di apparire agli altri, e in definitiva il suo modo di apparire agli uomini, ha un'importanza cruciale per quanto viene solitamente considerato il suo successo nella vita. Per la donna il sentirsi esistente in sé viene sostituito dal sentirsi riconosciuta dall'altro.
    Gli uomini, prima di rivolgersi alle donne, le osservano. Di conseguenza, il trattamento che che l'uomo riserverà alla donna può essere determinato da come lei si presenta. Per acquisire un qualche controllo su questo processo, le donne devono devono accettarlo e interiorizzarlo.  (...)
   Se una donna fa una battuta divertente, le sue parole dimostrano come ella tratti il burlone che c'è in lei e come dunque, da donna di spirito, vorrebbe essere trattata dagli altri. Solo un uomo può fare una battuta per il gusto di farla.
   Si potrebbe semplificare dicendo: gli uomini agiscono e le donne appaiono. Gli uomini guardano le donne. Le donne osservano se stesse essere guardate.  Ciò determina non soltanto il grosso dei rapporti tra uomini e donne, ma anche il rapporto delle donne con se stesse. Il sorvegliante che la donna ha dentro di sé è maschio, il sorvegliato femmina. Ecco dunque che ella si trasforma in oggetto, e più precisamente in oggetto di visione: in veduta.
John Berger, Questione di sguardi, cap. 3 pp. 47-49


martedì 11 aprile 2017

io

l'altro giorno, al seminario con paolo nori, era l'ultimo incontro, avevo portato delle tortine salate che mi vengono sempre molto bene, ne faccio di diverse, queste erano coi cipollotti freschi il basilico i pomodori secchi e in alcune il brie, tornando a casa ho pensato che erano proprio come me, buonissime ma indigeste.

lunedì 6 marzo 2017

ognuno riconosce i suoi 20 - john berger



la prima volta che ho sentito parlare di John Berger è stato in gennaio, il tre, perché john berger è morto il 2 gennaio 2017, a novant'anni.
 Come al solito, tutti pare che sappiano chi è john berger fuorché io. allora, come al solito, cerco un libro in biblioteca. secondo me comunque non sono l'unica, a non conoscerlo tanto bene, visto il sottotitolo che hanno scritto a prima pagina di radiotre del 3 gennaio: è morto a novant'anni il maestro della tensione che uno pensa che sia il grande vecchio del thriller, invece berger era un critico d'arte, sociologo, scrittore e poeta. comunque, come a volte succede, trovo nella mia biblioteca uno dei suoi libri più famosi, questione di sguardi. Sette inviti al vedere fra storia dell'arte e quotidianità.


è un libro strano, pieno di riproduzioni di quadri famosi in bianco e nero mescolate a foto pubblicitarie, con le parole scritte quasi tutte in grassetto e centrate, queste ultime due cose piuttosto fastidiose, per me. beh, insomma sto libro strano è rimasto un po' sotto alla pila.
poi tirano fuori di nuovo john berger, che c'era uno che diceva come è stato il suo incontro con il suo mito john berger, (l'articolo è questo)   e uno alla caccia al libro cerca il libro di john berger, e i commentatori della partita della roma la sera prima avevano detto che un giocatore, pagato un mucchio di soldi, era già la terza volta che toppava, e tre indizi, secondo sherlock holmes, hanno detto i commentatori, fanno una prova, e allora, mi sono detta, sto berger, che qualcuno lo chiama berger, qualcuno bergher, non si sa, bisogna proprio che lo leggo anch'io, e così ho iniziato a leggere e devo dire che mi si è aperto un mondo pieno di idee affascinanti e insolite sulla visione, su uno sterotipo di genere come il nudo femminile, sui rapporti di classe, su occidente e oriente e altre cose del genere.
il libro comincia con una frase seguita da un lungo spazio bianco, come dire: questa qui è importante, pensaci su un bel po' prima di andare avanti.

Il vedere viene prima delle parole. il bambino guarda e riconosce prima di essere in grado di parlare.

dopo il bianco, aggiunge:

il vedere, tuttavia, viene prima delle parole anche in un altro senso. E'  il vedere ch determina il nostro posto all'interno del mondo che ci circonda; quel mondo può essere spiegato a parole, ma le parole non possono annullare il fatto che ne siamo circondati.
p. 1 


Queste frasi mi hanno riportato alla memoria una conversazione avuta a milano un paio d'anni fa col professor del guercio dell'accademia di brera. la dottoressa mormando mi aveva invitato a una lezione di aggiornamento per insegnanti del collegio  san carlo, a milano, e il professor del guercio presentava il suo laboratorio d'arte, un'esperienza veramente interessante in cui i bambini venivano portati a lavorare sul loro ritratto proprio dentro a una galleria d'arte.
al ritorno verso la stazione, il professore che mi accompagnava in macchina mi parlava con passione della prevalenza del visivo nel mondo che ci circonda e, d'altra parte, dell'opposta predominanza della parola nel mondo della scuola, incapace di cogliere e quindi di dare strumenti per leggere e comprendere l'immagine, a suo dire assoluta protagonista del presente.
io un po' ero d'accordo, un po' no, ma al professore naturalmente non l'ho detto.
ecco, questo concetto di berger mi pare che forse spiega quello che voleva dire del guercio, e su questo sì, posso dire che è così anche per me, soprattutto se aggiungiamo quello che berger aggiunge più avanti:

vediamo solamente ciò che guardiamo. Guardare è un atto di scelta.. (...) Noi non guardiamo mai una cosa soltanto; ciò che guardiamo è, sempre, il rapporto che esiste tra noi e le cose. La nostra visione è costantemente attiva e costantemente mobile. (...)
Quando diciamo che riusciamo a vedere quella collina là in fondo, non facciamo che affermare che da quella collina è possibile vedere noi. Più radicalmente del dialogo verbale, per sua natura la vista si basa sulla reciprocità.
pp. 10-11

poi lo scorso fine settimana l'ho passato a sentire paolo nori che leggeva i matti delle varie città e che parlava di cosa vuol dire, per lui, scrivere, e ha detto una cosa che l'avevo già sentita, che lui da giovane gli piaceva disegnare e si era comprato un corso di quelli che vendono a puntate in edicola, che me l'ero comprato anch'io, guarda caso, e che nel primo fascicolo di sto corso c'era scritto che per imparare a disegnare devi imparare a guardare, che lui credeva di essere già capace, di guardare, ma poi quando ha provato a rispondere alle domande che gli faceva il fascicolo, no ne sapeva una, di come fosse il suo compagno di banco, come aveva distanti gli occhi, l'attaccatura dei capelli eccetera, e allora, ha detto paolo nori, ecco, per me scrivere vuol dire guardare.
invece lui pensava che per scrivere bisognasse usare parole difficili, che la letteratura fosse una cosa astratta, alta, lontana, e questa cosa a me stupisce sempre, anche se gliel'ho sentita dire tante volte, e mi chiedo sempre che cavolo di libri leggeva, per farsi un'idea così, che io, sarà che a sedici anni leggevo solo hemingway, pavese e dostoevskij, non so, ma cos'ha, hemingway, di letterario in quel senso lì? niente, mi pare. forse è quello, non so, ma per me, la letteratura non è mai stata una cosa lontana, difficile, alta, per me la letteratura è sempre stata una cosa che ha a che fare con la verità, che io, siccome mi piacciono le citazioni, una delle cose che scrivevo sempre nei miei diari era la frase di hemingway:
non preoccuparti. hai sempre scritto e scriverai ancora.
scrivi solo la frase più sincera che sai.

domenica 29 gennaio 2017

il re è nudo 1 - Acts of God



avevo abbozzato già quattro post sotto questa nuova categoria, il re è nudo, con cui intendo ripostare interventi che trovo in giro e che esprimono cose la cui evidenza per me è palese, ma pare non esserlo per la maggioranza delle persone, per l'opinione comune, potrei dire.
solo che il tempo è passato senza che io riuscissi a trovare il tempo di scrivere anche un breve cappello di commento, e ho pensato che se mai comincio, mai comincerò, e l'ottimo è il nemico del bene, come mi ricorda sempre don bosco, e allora comincio questa nuova serie con questo articolo di salvatore merlo, pubblicato sul foglio quotidiano il 21 gennaio.
ho sentito un articolo alla rassegna stampa della mattina, ma l'unica cosa che ricordavo, oltre ovviamente all'argomento, era il giornale. neanche il giorno, mi ricordavo.  venerdì, dopo una lunga ricerca, ero finalmente riuscita a trovare l'articolo, ma non ho potuto leggerlo, era riservato agli abbonati. allora ho scritto a merlo che, molto gentilmente, me lo ha inviato e... l'articolo non era quello che cercavo!
ma, act of god, è perfetto.
poco dopo natale è morto silvano. 64 anni, una moglie amatissima e due figli. era sul trattore a legare le balle di fieno. una montagna di sei sette metri. è caduto, il giorno dopo è morto. la moglie guardava dalla finestra. cose così succedono continuamente.
no, non credo propriamente che siano acts of god. sono più propensa a pensare che ogni atto, nell'universo, abbia delle conseguenze da qualche altra parte. come in un sistema, ogni modifica da qualche parte del sistema, provoca una rimodulazione di tutto il sistema. la cabala dice che se uccidi un uomo, uccidi l'universo.
in ogni caso, comunque, cercare dei responsabili, le colpe, i capri serve forse a farci dormire una notte di più, e basta.


Non ci sono paesi del mondo, nemmeno tra quelli ricchi e progrediti che tanto ammiriamo – pensate agli uragani che affliggono gli Stati Uniti – dove le catastrofi naturali non procurino danni agli uomini e alle cose. Tra il 5 e il 9 dicembre del 1952 un fenomeno di bassa pressione provocò l’addensarsi su Londra di una cappa tossica, un misto venefico di nebbia, fumi industriali e di stufe a carbone intensamente accese per contrastare il freddissimo inverno di quell’anno. Non c’era vento su Londra, e il fumo ristagnava per le strade. La gente restava avvelenata, affollava gli ospedali che andarono in tilt. Ci furono morti, se ne contarono migliaia. “Dobbiamo fare qualcosa. Winston, i cittadini sono arrabbiati. Ci ritengono colpevoli!”, urla il ministro degli Esteri, Robert Salisbury, nel quarto episodio di “The Crown”, la serie televisiva sulla vita della Regina Elisabetta, un capo d’opera di pulizia visiva, e di scrittura cinematografica, trasmesso in questi giorni da Netflix. “Ma colpevoli di cosa?”, gli risponde Winston Churchill, il primo ministro. “E’ nebbia”, gli dice. “E la nebbia è nebbia. Arriva, e poi se ne va”.
Ma l’altro insiste, preoccupato per gli attacchi dell’opposizione, per la collera popolare, per una crisi di governo. E allora Churchill, l’uomo inscalfibile che aveva resistito ai nazisti, lui che aveva sconfitto il demonio e salvato l’Inghilterra, gli si rivolge nel tono d’una didattica impazienza: “Ogni tanto anche qui c’è il sole. Troppo sole, e la chiamano ‘siccità’. Poi finalmente piove. Ma se piove troppo lo chiamano ‘diluvio’, e trovano il modo di incolparci anche di quello. E’ il volere di Dio, Robert. E che ci piaccia o no è del tutto imprevedibile”. Gli inglesi, che hanno inventato le assicurazioni nel XVII secolo, lo chiamano “volere di Dio”, “Act of God”, come diceva Churchill. Non è metafisica, ma un termine tecnico usato anche dai Lloyds di Londra. Secondo l’enciclopedia Britannica gli Act of god sono “eventi imprevisti e imprevedibili derivanti dalle forze della natura”. E allora è certo che in Italia si dovrebbero abitare case e alberghi sicuri, ma è inutile fare aria fritta cercando i colpevoli della valanga assassina che due giorni fa ha travolto l’hotel Rigopiano, e con lo stesso facile sussiego con cui nei bar si discute di Totti e della Juve.
E invece, attorno alla neve assassina e alla terra che trema, alla natura che non è sempre amichevole come nelle confezioni delle mele bio dei supermercati, in Italia si esibiscono gli pseudoscienziati che prevedono le catastrofi, i domatori delle valanghe, gli urlatori televisivi del giorno dopo, gli sciacalletti politici in doposci da Lilli Gruber, quelli che se solo un terremoto e una valanga si potessero prevedere allora sarebbero già lì ancora prima della tragedia, pronti a farsi una fotografia col telefonino, il consueto circo dell’emergenza e dell’orrore che si dispiega solo quando i fenomeni sono già spiegati, quando cioè si spiegano da soli, come nell’enigma del colpevole di Dürrenmatt. E infatti un disastro ambientale non può “tornare” come torna un conto, e non esiste un assassino universale, in certi eventi “ciò che è casuale, incalcolabile, incommensurabile ha una parte troppo grande”, scriveva il drammaturgo svizzero in un suo straordinario racconto, “La promessa”, una storia che precipita il lettore in quel vuoto di senso che si chiama destino, fato, o forse “Atto di Dio”, appunto.
Un terremoto e una valanga, in contemporanea, quattro scosse potenti in quattro ore, un vento a dieci gradi sotto zero che tira sassate a 90 chilometri all’ora, la luce che manca perché le slavine hanno abbattuto i tralicci che poi vanno faticosamente raggiunti uno a uno superando muri di neve e temperature polari. Ma è sull’animale ucciso, si sa, che si accaniscono le mosche. “La gente vuole un capro espiatorio, è normale. Ma noi siamo leader”, dice a un certo punto Churchill, rivolto alla giovane Elisabetta che pretende spiegazioni, atti di responsabilità e forse di contrizione dal suo primo ministro. “E’ nebbia. Prima o poi il vento riprenderà”, risponde invece Churchill alla regina, che intanto però ha già deciso di dare ascolto alla collera popolare, alle speculazioni politiche, agli articoli infuocati dei giornali, alle macchinazioni degli avversari del suo vecchio ministro, e dunque ha già deciso di licenziarlo e di sostituirlo con Anthony Eden. Ma ecco che all’improvviso un raggio di sole fende la nebbia, supera le spesse tende di Bucking Palace, che tremano appena scosse da una brezza di vento. E’ la salvezza. Il sole attraversa la stanza dei velluti, poggiandosi sui piedi di Elisabetta. Un atto di Dio.

venerdì 27 gennaio 2017

una pena congrua

a me piace tanto, il calcio, perché il calcio è come la vita, uguale, ma ormai non riesco più a guardare una partita intera con entusiasmo per via di un atto per me insopportabile e che ormai è tracimato dal campo di calcio alla vita di tutti i giorni: alzare le mani. uno entra sulle gambe dell'avversario spaccandogli i legamenti? alza le mani. tira la maglietta, altra cosa insopportabile, fino a strapparla? alza le mani. come dire: io? ah no, io non c'entro!
sei in diretta mondiale, ma tu alzi le mani. ti hanno visto tutti, non solo l'arbitro, l'aiutante dell'arbitro, i guardalinee, quelli che riempiono lo stadio, no, tci sono anche utti quelli che ti stanno guardando alla tv a pagamento e non, su internet, su premium, sky, chi più ne ha più ne metta, ma tu no, tu alzi le mani. negare sempre e comunque.
non ci fa caso più nessuno, ormai.
così stamattina mi ha veramente colpito la notizia di quello che aveva ammazzato la moglie e i figli perché non sapeva come fare a dirle che voleva il divorzio, e poi era andato a vedere la partita dei mondiali sul maxischermo, che gli hanno dato l'ergastolo, e adesso che doveva fare l'appello, ha scritto ai giudici, due righe, per dire: no no, va bene così, me lo merito, scusate del disturbo, saluti.

per la precisione, secondo il corriere della sera, ha scritto così:
rinuncio, considerando congrua la condanna inflittami in primo grado e scusandomi per la perdita di tempo. Fiducioso in un favorevole accoglimento, porgo i più distinti saluti. In fede, Carlo Lissi

memoria



in occasione della giornata della memoria, il nostro presidente ha detto che
'Auschwitz è diventato un monumento contro l'orrore nazista. Ma è, e deve essere, anche la testimonianza consapevole, di quali sciagure sia capace di compiere l'uomo quando abbandona la strada della convivenza e della solidarietà e imbocca la strada dell'odio'.
no, io non credo che sia così. che sia solo così.
la shoah, io, è da quando ho l'età della ragione che ci giro intorno.
come ho detto oggi alle mie colleghe, che non ho neanche potuto parlare con gli alunni del film che avevamo appena visto, il bambino col pigiama a righe, perché ero troppo sconvolta, io, gli ho detto alle mie colleghe, dopo decenni che leggo, vedo, ascolto tutto e tutti quelli che ne parlano, adesso non ci riesco più, a vedere questi film, non ce la faccio proprio. e tralasciamo il fatto che il figlio del nazista, il bambino amico del bambino ebreo, si chiami proprio come mio figlio.
la storia dell'antisemitismo non è la storia di una delle tante segregazioni razziali, è qualcosa di più, di più grande, mostruoso, è qualcosa di inconcepibile, come insegna primo levi.
perché, mi è sembrato di capire in tutti questi anni che cerco di capire come è potuto succedere,la shoah è stato il tentativo di legalizzare il male, di invertire l'ordine delle cose, mettere l'etichetta 'giusto' sul supremamente ingiusto, su quell'odio, quel male che ognuno di noi ogni giorno è chiamato  a scegliere di tenere a bada, e invece loro, i nazisti, volevano che diventasse legale, odiare qualcuno, così potevano essere bravi padri di famiglia, bravi cittadini, servitori dello stato, amanti dell'arte, della musica, del bello e del buono, perché avevano confinato il male che era dentro di loro nei campi, l'avevano caricato sulle spalle degli ebrei, e un po' alla volta li stavano eliminando, come se si potesse così facilmente eliminare il male, uccidendo un capro, bruciandolo in olocausto.

lunedì 23 gennaio 2017

italiacano 16 - nomi astratti






è da quando sono entrata in ruolo che conduco una delle mie donchisciottesche battaglie senza speranza contro i nomi astratti.

i nomi astratti non sono una categoria grammaticale. sono nomi, comuni, maschili o femminili. fine.
invece tutte le mie colleghe perdono ore a spiegare la differenza tra concreto e astratto, a fare elenchi di esempi, preparano verifiche, e le correggono.
forse se le maestre non perdessero tutto sto tempo con i nomi astratti almeno non si leggerebbero cose tipo'ìdivieto di ABBRUCIAMENTO ramaglie fino al...' che ho letto sul cartello luminoso alle porte del comune. abbruciamento. ma che parola è, abbruciamento???
ho guardato sul dizionario online, e dicono che abbruciamento è quella operazione agricola consistente nel dar fuoco alle sterpaglie con lo scopo di fertilizzare il terreno.
ok.  non lo sapevo, non l'ho mai sentito, ma va bene, ok.
ma non è quello che voleva dire il sindaco o chi per esso sul cartellone. volevano dire che non si possono bruciare i rami, questo perché aumenta l'inquinamento e siccome non piove, è meglio evitare.
ma perché non scrivete 'vietato bruciare le ramaglie'???? perché????

martedì 17 gennaio 2017

italiacano 15 - fare idee

l'altro giorno ho fatto una strada che non faccio mai, che va da thiene a vicenza, e appena dentro la città ho visto a lato strada un piccolo capannone, una fabbrichetta con qualche velleità artistica degli anni settanta, e ho visto che fuori c'era il cartello con scritto 'ideificio'.
chissà che idee fanno, mi sono chiesta, e volevo fermarmi, anche, ma il piazzale era deserto, era chiuso. cavoli, un posto che invece di fare delle cose fa delle idee.
ho visto su internet che fanno magliette con le scritte, per una clientela tra i 30 e i 40 anni.

lunedì 12 dicembre 2016

cow pills

 dal re
foto da VanityFair.it

in bangladesh ci sono dei bordelli di più di mille prostitute, per lo più vendute dai loro miserabili genitori quando avevano pochi anni di vita, e siccome sono magre come solo le bambine possono essere qaundo non mangiano abbastanza, prendono quasi tutte ( il 90%, dati governativi) le cow pills, le pillole delle vacche, che, senza metafora, sono le pastiglie di oradexon, steroidi che si danno ai bovini che vanno macellati, che oltre a gonfiare le curve provocano diabete, problemi al fegato, fortissime emicranie e soprattutto dipendenza.
l'articolo che ne parla e che ho sentito leggere alla radio ieri mattina è di pietro dal re e si può leggere qui (formato PDF)

mercoledì 16 novembre 2016

brutte arie



la geografia, per me, dove sono i paesi, le città, non so perché ma non l'ho mai saputa, è sempre stata una nebulosa, un blob, una vaga idea.
recentemente, avendo parlato ai miei alunni del canale di panama, ho visto in una cartina che paesi che sempre nella suddetta vaga idea avevano tutta una loro possenza, in realtà sono distretti cittadini o poco più. il guatemala, per esempio. el salvador, il nicaragua, l'honduras.
il sindaco di milano vuole chiamare l'esercito perché milano, alcune zone di milano, meglio, pare siano ostaggio delle gang sudamericane che west side story gli fa un baffo. e sopratutto, hanno detto alla radio, ste gang sono fatte da salvadoregni. che già nel salvador ci sono 15 omicidi al giorno.
e mi è venuta in mente la cartina, il micropaese, e ho chiesto al professore: ma quanti abitanti ha, el salvador? lui ha guardato su internet e sono... 6 milioni. 6 MILIONI, voglio dire, cittò del messico, ho guardato adesso, ne fa quasi 9.
che poi: mica sono solo a milano, eh no, ci sono in spagna, in francia, sti salvadoregni, sti quattro scalzacani di salvadoregni, sempre con le loro gang, come nei film, solo che il morto che c'è scappato ieri era vero.
ma com'è che non ci sono gang, che so, brasiliane, o cilene, o boliviane, tanto per restare da quelle parti, ma che arie tirano, mi chiedo, lì in centro america, che l'honduras è il paese più violento del mondo, 90 e passa morti su centomila che di media, nel mondo, sono 6....
che già si ammazzano tra loro, e non finiscono mai, sti salvadoregni, che devono  venire a ammazzarsi anche qui in europa, ma non lo so eh.

lunedì 14 novembre 2016

voglia



voglia di scappare. voglia di morire. di sparire, almeno.
voglia di ricominciare tutto, come quando cominci un quaderno nuovo, con una bella penna che corre senza sforzo, e pensi che quel quaderno così nuovo, così, pulito e liscio, sarà bellissimo, quello che ci scriverai, anzi, adesso che hai quel bel quaderno ti succederanno per forza delle cose interessanti e bellissime ch tu scriverai benissimo su quei fogli così puliti e lisci.
ma ne ho un pacco, di quaderni iniziati. in ogni scatolone, in ogni scaffale, in ogni borsa. ne ho trovato uno anche l'altro giorno, dieci anni fa.
voglia di mollare con tutto, con tutti. voglia di andare a letto e non svegliarsi più.
e sapere che anche queste sono stupide velleità di bambina. e che adesso devi andare di sopra, e preparare i vestiti per i bambini, e lavarti i denti, e invece di ricomciare, andare avanti.



 

domenica 25 settembre 2016

ah, quell'amor ch'è il palpito...

stamattina ho visto un ragazzo, a messa, ogni tanto si girava verso la sua ragazza, era molto più alto così lei non lo vedeva, mentra la guardava, non si guardavano, solo lui guardava lei, e la guardava con lo sguardo di chi vede una cosa meravigliosa per la prima volta, anzi, per la seconda, e allo stesso tempo, una frazione di secondo dopo che quasi coincide, si ricorda che quella cosa meravigliosa gli appartiene.
uno sguardo amoroso. era così tanto che non lo vedevo che mi ero quasi dimenticata com'è.
sì, davvero, l'amore è una cosa meravigliosa.


lunedì 19 settembre 2016

quote rosa

il calcio, io penso che sia lo sport più bello del mondo.
però non mi piace, tanto, che i miei figli vadano al calcio, e ho cercato di evitarlo, ma il più piccolo, pare che sia nato per giocare a calcio, non è che lo dico perché sono la solita mamma fanatica che crede di avere maradona per figlio, che a me basterebbe paolo rossi, o roberto baggio, voglio dire, comunque non è per quello, è che gli piace tanto giocare a calcio, e, purtroppo, è bravo, beh insomma, ho dovuto iscriverlo al calcio, invece che alla pallavolo, che è così bella, la pallavolo, ma no, lui vuole il calcio, con le magliette di acetato, i parastinchi, gli scarpini coi tacchetti, i genitori che ad ogni allenamento stanno lì a fare il tifo come fosse la partita più importante del campionato.
sabato sera dobbiamo andare tutti, genitori parenti amici all'inaugurazione del nuovo impianto, e gli esordienti, e i giovanissimi e i pulcini e i piccoli amici, e la squadra ufficiale, finalmente è il turno del sindaco che deve inaugurare, sono qui con le nostre famose quote rosa, dice al microfono, che io, non lo so perché, sono molto favoreole alle quote rosa, ma mi vengono in mente le vacche, forse per via delle quote latte, comunque, ha continuato il sindaco, non posso tagliare il nastro senza le quote rosa, perché le donne sono molto importanti, venite qui con me, ci servono le veline, ha detto alle assessore come se avesse fatto chissà quale battuta, e loro, poveracce, hanno attraversato tutto il palazzetto, eccole qua le nostre quote rosa, perché le donne sono importanti, ha ripetuto il nostro sindaco.

lunedì 5 settembre 2016

medioevo, veli, mosche e caramelle


una coppia musulmana al mare, in algeria
ci sono diverse cose che non mi tornano, come al solito del resto, in questo periodo.
una è la storia delle donne musulmane e il medioevo. già sta storia de medioevo notte nera dell'umanità non l'ho mai sopportata.
figuriamoci quell'altra storia che i musulmani stanno vivendo il loro medioevo e quindi dobbiamo lasciar vivere anche a loro la storia con tutte le sue tappe, senza pensare che siamo noi a aver capito tutto, a voler imporre il nostro modello culturale ecc.
come dire che il velo è una forma di arretratezza culturale che, col tempo, quando anche loro avranno passato il loro medioevo, il loro secolo buio, per capirci, sarà abbandonata progressivamente come un inutile e ridicolo orpello del passato.
ma poi si vedono in rete ste foto qua:



che sono, come si può facilmente dedurre, degli anni sessanta/settanta. sono giovani donne iraniane e afgane.
allora, sto medioevo?
del resto non occorre andare così indietro nel tempo. musulmani, in italia, è da un pezzo che ne abbiamo, e tanti. donne imbacuccate che lasciano scoperto, se va bene, solo l'ovale della faccia, quanto sarà? qualche annetto, direi, non di più. le uniche che si vedevano velate erano le vecchie donne dell'est, musulmane o ortodosse, coi loro fazzoletti da contadine come da noi cinquant'anni fa. adesso, abbiamo anche le bambine alle elementari. a far ginnastica con velo in testa.
qualche anno fa sono andata al compleanno di una compagna di asilo di bruno, una famiglia marocchina. c'era un'altra mamma, bellissima, che è stata lì tutto il pomeriggio coi suoi bellissimi capelli castano scuro, il trucco, gli orecchini, e poi, quando è stato il momento di uscire, si è messa quell'orribile hijab in testa, che io quando sono andata in terrasanta ho provato a mettermelo, non ci riesci mica a mettertelo così se non ci metti degli spilli che te lo tengono così incollato alla testa, perché mica hanno un velo, in testa, macchè, il velo che hanno certe donne musulmane orientali, indiane o pachistane, quello è un velo, e lascia scoperto il collo, i capelli, le orecchie, il velo della madonna, delle spose, invece loro no, devono essere tutte coperte, imbruttite, con quella prolunga innaturale dietro la testa poi...
ecco, quella donna, quella giovane e bellissima mamma, da un po' di tempo, da quando suo marito era andato alla mecca, aveva capito, mi ha detto, che è meglio così, è più decoroso, diciamo, di mettersi lo scafandro in testa, quando si esce. o quando fai la commessa in un negozio.
eh ma le suore. ma le suore mica fanno le commesse in profumeria, che cavolo. a me dà fastidio, quando vado in profumeria e mi trovo una imbacuccata in quel modo. non parliamo delle bambine delle elementari.
l'altro giorno alla radio c'era un dibattito sul burkini, l'unica contraria era una filosofa che non conoscevo, dev'essere di origini ebraiche, dal nome e da quello che ha scritto, che mi sono già fatta arrivare dei suoi libri in biblioteca, si chiama donatella di cesare, che sosteneva come il problema del burkini, o del burka, che non sono poi così diversi come vorrebbero farci credere, è quello del rapporto tra la donna e il suo corpo e lo spazio pubblico. l'ottica integralista non tollera l'esposizione del corpo, o peggio del volto della donna, e cerca di estrometterla, velandola, coprendola, meglio se di nero, dallo spazio pubblico.
tutti gli altri partecipanti a dire che se una vuole scegliere, deve essere libera di farlo, certo, come no, scegliere di annullarsi, di infagottarsi, di puzzare di sudore a un chilometro di distanza, sai che scelta.
che c'è ancora gente che pensa che il burkini serva a nuotare meglio, come il professore allievi sociologo dell'università di  padova, o la giornalista italo-iraniana farian sabahi, che dice che il burkini è una muta, che non nasconde assolutamente le forme (ma l'hai visto? e, soprattutto: l'hai provato????), e che quel foulard, come lo chiama lei, ha permesso a molte donne in iran di fare l'università e di emanciparsi, non si sa poi per fare cosa, basterebbe vedere un piccolo non film come taxi teheran, conoscere la storia di questo film e del suo regista, se non basta quello che si sapeva già, che se una ragazzina tenta di andare allo stadio la mettono dentro, e non nel medioevo, che allora gli stadi non c'erano per nessuno, ma adesso, le ho viste le atlete alle olimpiadi, le vediamo tutti, le sentiamo tutti, o forse no.
ho trovato in un sito di musulmani del canton ticino la spiegazione  della differenza tra il velo cristiano, che sarebbe una discriminazione delle donne, sottomesse al maschio, e il loro velo, che invece è segno di sottomissione a dio, dicono.
 poi però lo paragonano a uno scudo, una conchiglia, per proteggsi da attenzioni indesiderate...
ma è un segno di sottomissione a dio, come è per le nostre suore, o uno scudo contro le attenzioni assai poco spirituali, dei maschi? se sono tutti così infervorati, ma da che attenzioni indesiderate dovrebbe proteggersi una donna musulmana?
per finire la disamina, in quel sito mettono sta foto qua:


chiaro, chiarissimo, direi.

sabato 3 settembre 2016

nuove mappe

sul sito dell'eurospin ho visto questa cartina, che subito ho pensato: ma che cavolo ci fa un eurospin in africa?

incuriosita, ho cliccato sopra alla bandierina e si è aperto questo:


mantova 2016



mi ricordo benissimo quando è venuto fuori il festival letteratura a mantova, che a quel tempo leggevo sempre l'inserto tuttolibri della stampa, che poi a un certo punto nella mia biblioteca non l'hanno tenuta più, la stampa, perché non la leggeva nessuno, hanno preso la gazzetta dello sport, che almeno spendevano i soldi per qualcosa, solo che la gazzetta ce l'hanno in tutti i bar, la stampa no, sempre con questa idea di adeguarsi ai bisogni dell'utenza, dicono così, eccerto, invece è che è più facile correre dietro ai gusti della gente, invece che tirare la carretta, anche dal punto di vista culturale, beh insomma, mi ricordo che dicevano che tu andavi al bar e ti trovavi magari a fare colazione con gli scrittori più famosi del mondo, e leggevano poesie dappertutto, e tu bastava che andavi lì e ascoltavi. e io ci volevo andare tantissimo, ma avevo pochi soldi anche se era tutto gratis, e poi quando avevo i soldi non potevo per altre storie, insomma non ci sono mai andata.
adesso,  a mantova, che è un 'appuntamento all'insegna del divertimento culturale', come recita la home page del sito, non solo bisogna pagare per sentire uno scrittore che legge i suoi libri, ma pure fare la fila, e prenotarsi per tempo.
e io, sarà che sono snob, ma non credo, ma non ci penso proprio a pagare e fare la fila, e stare attenti a quando aprono le prenotazioni per tutti, come c'è scritto nel sito, che, mi sono chiesta, ma mica fanno le prenotazioni privè come fanno la pubblicità alla tivù?
che per me pagare uno che legge i suoi libri è un po' un controsenso, perché io, se scrivessi dei libri, vorrei che la gente li leggesse, e magari li comprasse, pure, e magari per fargli venire voglia di leggerli, gliene potrei anche far leggere da qualcun altro, magari, che io la mia voce, a sentirla, non la sopporto, potrei far leggere a qualcuno, dicevo, qualche pezzetto in un festival dove la gente, magari, volesse farmi delle domande, e vedere che faccia ho, sempre perché così, magari, apprezzerebbe il mio lavoro, o comunque mi potrebbe dire qualcosa, su quello che faccio, che mi può servire per fare il mio lavoro, che sarebbe, mi pare, scrivere dei libri.
ora, io capisco che si debba pagare per sentire uno che suona, perché il suo lavoro è quello, di suonare, il disco è una cosa che si sono inventati dopo, ma pagare uno perché faccia la pubblicità al suo libro, no, guarda, ma sto anche a casa.
anche se per l'edizione del ventennale, ho letto sempre sul sito, c'è il festival low cost, col campeggio del festival, aperto per l'occasione, e fin qua va benissimo. poi, se oltre a dormire, farti la doccia eccetera e un prezzo veramente molto buono, volessi anche partecipare al festival, c'è una ricchissima serie di 'intermezzi'. è scritto così.
paolo nori sta facendo una specie di raccolta di cartoline, vere o virtuali, sotto il titolo 'ma non era meglio se stavo a casa?' e io, da mantova, gliela mando prima ancora di andarci, che è meglio sicuro che sto a casa, il che oltretutto non frega a nessuno, non crea nessun problema, è ecologico, e soprattutto è molto letterario, che anch'io, come bartleby lo scrivano, preferisco spesso di no, grazie.

martedì 30 agosto 2016

millenni


ingrid bergman - come lei nessuna mai




io una volta dicevo che ero una donna d'altri tempi, adesso dico che appartengo a un altro millennio

sabato 27 agosto 2016

plastica

sono a casa da sola in questi giorni e sto passando un po' di tempo con questo mio vecchissimo passatempo dello zapping. nel programma tutti pazzi per la plastica, che io credevo fosse una trasmissione sul riciclo, o sull'ambiente, e invece si occupa di chirurgia plastica, ho visto una tipa che siccome si era fatta fare una liposuzione al viso dal suo ginecologo e chissà come mai era un cesso, si tirava ogni giorno le pieghe della pelle con lo scotch da pacchi. ogni mattina se ne metteva una bella striscia dietro al collo per fissare le pieghe.

giovedì 11 agosto 2016

cose che non ci sono più

ieri davanti al lidl c'era un signore, sui settant'anni, dico settant'anni perché penso a mio padre che ne ha fatti settantasette e fa la maratona, altrimenti avrei detto sessanta, non riesco più a dare l'età alle persone, aveva gli occhiali grossi e uno di quei giubbetti da mezza stagione color beige che hanno i vecchi, chissà dove li comprano, ne ha ereditato uno da suo padre anche mio marito, forse se li tramandano da padre in figlio, beh insomma questo tira fuori una bustina color marrone e il pettine che c'è dentro, e mentre guarda il volantino appeso fuori dal supermercato si pettina i pochi capelli, che io, il pettine, pensavo che non lo usasse più nessuno, figurarsi portarselo dietro, nella bustina, poi l'ha messo via ed è entrato, e l'ho visto che guardava un barattoletto di praline al cioccolato.