venerdì 3 novembre 2017

farsi leggere






Ho sentito alla radio che le sigaraie cubane pagavano un lettore perché leggesse per loro mentre lavoravano.

sabato 26 agosto 2017

targhe





in cina, se ti vuoi comprare una macchina, ti devi prima comprare una targa.

ogni mese fanno un'estrazione e se viene fuori il tuo numero, puoi comprarti la targa. c'è gente che va lì ogni mese per un anno, e non la vince mai, e gente che la vince al primo colpo.
insomma se esce il tuo numeretto ti puoi comprare la tua targa,  e poi hai tempo un anno per comprarti la macchina. se ti va bene una targa qualsiasi, la paghi tipo 50 dollari/euro. se invece vuoi la targa portafortuna, che sarebbe quella con tanti sei o tanti otto, allora la paghi anche 150 mila euro, come quello che aveva trovato una targa con 5 otto.
l'aveva messa su una mega bmw, ma poi le cose sono andate male, e ha dovuto ripiegare su una specie di ape.
il primo giorno che è andato in giro con l'ape con la targa da 150mila dollari, l'hanno fermato non so quante volte, i poliziotti, pensando che la targa fosse contraffatta.
questa storia me l'ha raccontata il cinese del cinese all you can eat dove ci piace andare a me e ai miei figli. 
mi ha detto anche che se vuoi la macchina elettrica, tutta sta storia della targa non c'è, e lo stato ti paga la metà della macchina, che invece di 15mila, ti costa 7500. oh, mica na ciofeca, un bolide con non so quanti cavalli.
ma loro, i cinesi, gli piacciono le macchine grosse, a benzina, che il diesel, in cina, lo devono usare per i pullman, anche se adesso, i cinesi, fanno anche i pullman, elettrici, in inghilterra ne hanno già comprati un sacco. il mio amico cinese non lo sa, ma ce li abbiamo anche in italia, i pullman elettrici cinesi, h visto su google. 

pullman cinese a grosseto



giovedì 17 agosto 2017

buone notizie

sono ripassata dalla zona industriale di sovizzo e ho visto che il locale che si chiamava SNECCHERIA ha cambiato nome, adesso si chiama piper bar, bar del pifferaio, sarebbe.
invece il micronido BRICHINOPOLI si chiama ancora così. bisogna sapersi accontentare, nella vita.

sabato 5 agosto 2017

italiacano 19 - Misano

A Misano Adriatico, dove c'è il cricuito motociclistico, e dove sono andata in vacanza quest'anno, c'è una birreria che si chiama birrodromo.


mercoledì 2 agosto 2017

era buono, e la bontà, forse...


 'era buono, e la bontà, forse, è il segreto del genio.'
F. Truffaut

io ho la mania delle citazioni. ce l’avevo. avevo fatto una bella raccolta, ai tempi dell’università. soprattutto quell’anno che la mia amica franca mi aveva regalato un’agenda bellissima di pelle blu. era così bella che la volevo riempire di cose belle e mi sono messa a scriverci le citazioni, e siccome stavo frequentando un corso di storia del cinema su truffaut e la nouvelle vague, avevo trovato una citazione di truffaut che, parlando di un personaggio, diceva: era buono, e forse la bontà è il segreto del genio. 
purtroppo per i casi assurdi della vita, ho perso quell’agenda. ne ho altre molto più vecchie e insignificanti, ma quella no. la cosa mi dispiace infinitamente anche perché di solito di una citazione scrivo non solo l’autore, ma anche dove l’ha scritta, e io voglio assolutamente ritrovare la fonte di quella frase. una volta che mi ero intestardita più del solito, mi ero fatta arrivare tutti i libri di truffaut che avevo trovato nelle biblioteche della provincia, e ho cercato di leggerli tutti, ma non ce l’ho fatta a trovarla. devo riprovare. 
mi era ritornata in mente quella frase a cui non credevo tanto come ci credo adesso perché quando ho sentito la prima volta paolo nori alla radio, parlava di uomini buoni. ne ho parlato qui.  
mi pareva di aver capito che il suo percorso di riflessione, di pensiero, diciamo, andasse in quella direzione lì. una direzione che è anche la mia. cattivi ce n’è già tanti, al mondo, non occorre che ci mettiamo anche noi, ripeto sempre ai miei figli. 
che il mondo, come dicevo io a vent’anni, si divide in due: le merde e gli stronzi. la merda è femmina, è molle, va a fondo. è perdente. lo stronzo è maschio, duro, galleggia. è vincente. superfluo dire a quale metà del mondo mi sento di appartenere. 
adesso dobbiamo fare la presentazione del libro che abbiamo fatto con paolo nori, fra due mesi, e paolo nori, per motivi non ben precisati, ha detto che lui, alla presentazione del libro curato da lui, non viene. 
i ragazzi che hanno partecipato al gruppo, che di paolo nori avrebbero potuto per la maggior parte essere figli, o quasi, ci sono rimasti malissimo. le libraie che hanno organizzato tutta la storia, pure. i commenti sono stati tutti molto educati, devo dire, uno ha parlato di bella botta di autostima, uno ha detto che fa parte del personaggio ‘paolo nori’, un altro di carattere ‘umorale’. io non ho detto niente, ma ho pensato che non avevo capito niente, e che forse adesso paolo nori non la sente più, nella sua testa, quella vocetta che gli ripete continuamente sei una merda sei una merda sei una merda, e che secondo lui era un bene, che la sentisse, e anche secondo me, era proprio un gran bene guarda. 

e poi adesso sono andata sul sito di paolo nori per copiare l'immagine della copertina del nostro libro e c'era questo post qua, che quando l'ho visto ho pensato: ecco

 

giovedì 6 luglio 2017

AK-47






il kalashnikov compie settant'anni. Ne hanno parlato a radiotre mondo (la trasmissione si trova qui).
tra le varie informazioni, mi ha particolarmente impressionato che l'AK-47, la sigla che identifica questo efficientissimo fucile automatico, c'è anche nella bandiera del mozambico, che si vede qui sopra.
quando sono andata a vederla, e a leggere qualcosa su questa scelta bizzarra che mi ha subito richiamato alla mente le guerriglie infinite che sono la faccia oscura dell'africa col loro corollario infame dei bambini soldato, ho scoperto che sotto alla zappa e al kalashnikov c'è anche un libro.
purtroppo, il livello di analfabetismo del mozambico è attualmente superiore al 50% e i bambini che vanno a scuola difficilmente superano le elementari.
i kalashnikov, invece, sono sempre lì.
perché i kalashnikov hanno di bello, si fa per dire, che non si rompono mai.
e questo, anche a essere favorevoli al commercio delle armi, è un grosso problema: che quando li vendi, poi, non sai mica per quanto tempo quello a cui l'hai venduto resta tuo amico. o a chi li rivende.
il kalashnikov ha fatto più morti della bomba atomica, e l'azienda che lo produce assumerà altre 1700 persone.
Michail Kashnikov, l'inventore del AK-47

lo scaffale della mamma snaturata - viaggio al termine della notte



un po' perché i libri appena usciti non li leggo quasi mai, un po' perché se prendo un libro di qualcuno che non conosco, lo apro a caso e capisco subito se mi garba o no, oppure è perché ne ho sentito leggere dei pezzi, o ne ho sentito parlare alla radio, insomma mi capita veramente di rado di leggere un libro che non sia nelle mie corde, per un motivo o per l'altro.
un altro motivo, poi, è che ho poco tempo, soprattutto da perdere. i libri che ho letto ultimamente mi sono piaciuti, erano divertenti o interessanti o anche deludenti, come il cardellino di donna tart, che l'ho finito con le sue duemila pagine solo perché a me piacciono le storie, come mi piace guardare un film alla tv solo per vedere come finisce, anche se di solito lo so già, che poi il cardellino finisce con un pippone di non so quante pagine che ho trovato disonesto, per dirla tutta, comunque, tutto questo per dire che sorprendermi, un libro, a me è proprio difficile che mi sorprenda, invece questo qua, che ha quasi novant'anni, porca vacca, che libro incredibile.
l'ho preso solo perché era un'offerta del giorno kindle.
la traduzione no, non mi è piaciuta, perché non si può mica mettere nella traduzione delle parole che non ci sono neanche nel vocabolario, vabbè, magari sono dei localismi, ma allora lo devi mettere in nota, che io, trigo, più o meno l'ho capito che roba è, ma non esiste neanche nello zingarelli del mio kindle. tanto per dirne una.
anche il finale, devo dire, non m'è piaciuto per niente, che ho girato pagina e il libro era finito, come con bassotuba non c'è di paolo nori.
forse perché girar pagina, col kindle, è 'na parola grossa, che le pagine appaiono e scompaiono a toccarci sopra.
è il primo libro vero che leggo, col kindle, e uno dei difetti, devo dire, è che non sai mica a che punto sei arrivato. è grosso, come difetto. sì, c'è la percentuale, ma non è affatto come sentire il pacchettino di pagine che ti mancano da leggere che via via si fa più sottile, fino all'ultima. uno lo deve sapere, che è l'ultima pagina, quella che sta leggendo.
 i miei alunni, l'altro giorno, mi hanno chiesto quante pagine ha il libro delle vacanze. ma cosa volete che ne sappia, io, di quante pagine ha il vostro libro delle vacanze???? io, gli ho detto, il libro che sto leggendo adesso... vediamo quante pagine ha... guardo il kindle e vedo che alla dimensione che ho messo io per leggere comodamente, sono  7875 pagine. sic. alcuni sono impalliditi. anche perchè non ascoltano niente, e pensavano stessi parlando del loro libri delle vacanze.
non lo so mica, in realtà, quante pagine abbia sto libro. il manoscritto ne aveva novecento, ho letto alla fine, che hanno avuto la bontà di mettere tutte le solite pippe sull'autore, la critica eccetera, alla fine.
beh, insomma,  nonostante sia difficile, da leggere e soprattutto da reggere, io lo consiglio a tutti, di leggerlo, viaggio al termine della notte. 
un delirio lucidissimo al fondo delle miserie umane, della guerra, prima, e del dopo, anche, un'immersione nella notte plumbea dell'umanità, con la morte sempre in agguato, che copre tutto col suo fetore, i poveri, che ci sguazzano dentro da che son nati, ma anche i ricchi,  anche se credono di galleggiarci sopra.



 


martedì 6 giugno 2017

italiacano 18 - nuove professioni

Ieri sera sono tornata a padova, che città fantastica, sopratttto adesso, la tarda primavera, e ci siamo trovati, con alcuni che vorremmo fare un gruppo di scrittura, in una piazza dove hanno fatto un orto urbano dentro a cassette, vecchi copetoni, piccole aiuole di cemento, e lì ho scoperto che adesso quelli che fanno l'orto si chiamano ORTISTI.

venerdì 2 giugno 2017

il re è nudo 3 - sbarramenti


Come ho già scritto, 'il re è nudo' sono dei post in cui condivido articoli in cui gente molto più importante di me dice cose che penso anch'io, ma meglio.
questo articolo di Asor Rosa, uscito su Repubblica il 17/5/17, riguarda la decisione, per il momento sospesa, di mettere il numero chiuso anche alla facoltà di filosofia della statale di milano.
siamo il paese in cui ci sono meno laureati, siamo nella metà più alta per le tasse universitarie in europa, senza contare il tasso di abbandono.
aggiungo solo che sono da sempre contraria al numero chiuso. non capisco perché non mettano degli sbarramenti, che so, al secondo anno. se non fai tot esami sei fuori. molto meglio del numero chiuso, per cui un sacco di bravi e volenterosi ragazzi passano uno o due anni parcheggiati in altre facoltà sperando di passare il test l'anno dopo. chissà che esame bisogna fare, poi, mi chiedo, per entrare a filosofia, che non so se ci siete mai stati, ma è un'esperienza da fare, una volta nella vita, andare a una lezione di filosofia.

IL NUMERO CHIUSO? LA MORTE DELL'UNIVERSITA', intervista ad Alberto Asor Rosa
«Il numero chiuso? La morte dell’università ». Anzi: «Un’idea mostruosa per nascondere le inefficienze dei nostri atenei, dove non ci sono più né docenti né aule per accogliere gli studenti». Alberto Asor Rosa, una vita in cattedra alla “Sapienza” di Roma, critico, docente, oggi scrittore, le aule affollate dei corsi umanistici le conosce bene. Ma la risposta, dice chiaro, non può essere quella di «selezionare gli studenti».
Professore, perché il numero chiuso sarebbe la morte dell’università?
«Perché invece di accogliere più giovani, invece di formare più laureati, noi sbarriamo l’accesso. E non con una selezione vera, ma con test d’ingresso abnormi, assurdi, che non premiano certo i migliori. Invece più è larga la platea che frequenta le università, più grandi sono le potenzialità che vengono fuori».
In certi casi però è questione di sopravvivenza. Aule piccole, pochi docenti.
«Ma è questo lo scandalo. Per coprire la mancanza di risorse i rettori si inventano il numero chiuso, facendolo passare per meritocrazia. La realtà è che le università sono senza soldi, non hanno più professori, non hanno aule né strutture. E le facoltà più penalizzate sono proprio quelle umanistiche. Come è accaduto ad esempio a Roma, nel dipartimento di Letteratura italiana: c’erano 20 docenti e oggi ce ne sono soltanto 2. E allora qual è la risposta? Invece di fare nuovi concorsi tagliano il numero degli studenti».
Con il risultato di avere assai meno laureati rispetto al resto d’Europa.
«Siamo prigionieri di una contraddizione. Da una parte si dice che abbiamo pochi laureati, dall’altra però ogni giorno si fa il conto di quanti laureati fuggono dal nostro paese perché per loro non c’è lavoro. Siamo di fronte ad un problema gigantesco. Quasi una catastrofe, figlia delle politiche suicide degli ultimi anni».
Dunque è sopratutto un problema di risorse?
«Certo. Le porte dell’università devono essere aperte a tutti, garantendo però il livello dell’insegnamento. Bisogna assumere docenti, rilanciare la ricerca, non fare il numero chiuso sulla base di test assurdi. E soprattutto investire sulle facoltà umanistiche, le più penalizzate dai tagli e dall’abbandono ».



domenica 14 maggio 2017

festa della mamma 2017


la poetessa sylvia plath con suo figlio più piccolo nicholas

da qualche anno, quando arriva alla festa della mamma, mi viene in mente sylvia plath.

sylvia plath era una poetessa americana, che è morta però a londra, nella casa che era stata anche di un poeta da lei amatissimo, yeats. quelli che vanno in irlanda, ci passano per forza, a visitare la tomba di yeats. io, almeno, l'ho fatto.
Mi viene in mente Sylvia perché aveva due figli piccoli, quando è morta. suicidata, per la precisione.
il marito, anche lui poeta, ted hughes, dopo averla portata in inghilterra, l'aveva mollata per un'altra. sylvia non ce l'ha fatta, a fare il poeta e la mamma. lei si alzava all'alba, anche prima, e quello era il suo tempo per la poesia. poi, verso le sette, quando si svegliavano i bambini, chiudeva la porta del suo studio, scendeva di sotto e recitava la parte della brava mammina.
quel giorno ha preparato latte e biscotti, ha scocciato bene la stanza dei bambini perché il gas non li raggiungesse, e si è ficcata nella bocca del forno, che cavolo, era ben grande, quel forno, a vedere la foto che la ritrae morta.
gli ha lasciato i biscotti, o dice qualcuno, il pane e il burro.
ma non era di questo, sylvia, maledizione, che avevano bisogno i tuoi figli. avevano bisogno della tua poesia, della tua voce di poeta.
e perché non hai pensato, sylvia, che tuo figlio, i biscotti, ne avrebbe avuto bisogno anche dopodomani.
aveva due anni.
quando sei abituata a pensare all'infinito, a spaziare col pensiero, a dialogare con poeti morti e che verranno, anche, il tempo si dilata. ma dopodomani, a tuo figlio, i biscotti, chi glieli dà, sylvia, cazzo.
noi mamme ci sentiamo sempre in obbligo, nei confronti dei nostri figli, per cose che, a guardare, potrebbero avere da chiunque, invece forse dovremmo dargli solo, o soprattutto, quello che di meglio abbiamo, la parte migliore di noi stesse, quello che siamo in profondità. io, un po', cerco di farlo. non lo capisce nessuno, loro ovviamente non possono, e non devono.
ma io li ringrazio, i miei figli, che anche senza saperlo mi hanno tenuta attaccata alla vita tante volte, e che continuamente mi interrogano, col loro esistere, sulle cose veramente importanti.

Nicholas Hughes, che allora aveva due anni, si è impiccato nel 2009, 45 anni dopo il suicidio della madre.



sabato 13 maggio 2017

italiacano 17 - smarrimento

volevo ripristinare il PIN per accedere al sito INPS e mi è apparso questo messaggio:


domenica 7 maggio 2017

Io

Ci sono delle volte, tipo adesso, che mi viene proprio di chiedermi come mai, sono fatta così, come mai, a certa gente, che magari a me piace, io invece non gli piaccio per niente, e gli sto sulle balle, che poi, voglio dire, mica gli ho fatto niente di male, tipo per esempio paolo nori, come mai gli sto sulle balle, che a me piace tanto, ci stavo pensando adesso, che leggevo il suo blog, che quando abbiamo fatto l'ultimo incontro per il repertorio dei matti della città di padova, prima dell'incontro, lui ci aveva mandato due file coi pezzi sui matti che avevamo scritto, uno con quelli 'buoni', uno con gli altri, quelli scartati, e io, che già ne avevo scritti pochissimi, solo a me ne ha cancellati tre quattro, non me li ha messi in nessuno dei due files, ci ero rimasta così male, soprattutto dopo che tutti mi dicevano che no, c'erano tutti, eh sì, i vostri, forse, ma i miei no, perché i miei no, neanche in quelli scartati, proprio li ha eliminati dalla faccia della terra, ma che gli avrò fatto, che cos'ho che non va, mi chiedo, mah.

giovedì 4 maggio 2017

Lo scaffale della mamma snaturata 7 - borse gialle e borse blu






Ho già parlato della logica per me incomprensibile della pubblicità dell'ikea: ti è piaciuta la borsa gialla? comprane una blu.

beh, alla radio in questi giorni sta passando una pubblicità di libri che utilizza esattamente lo stesso concetto: vi siete emozionati a leggere non so che libro di kent haruf? allora dovete leggere assolutamente il nuovo libro di tom drury!
io non avevo mai sentito nessuno dei due, ma questa idea che se ti piace una cosa, allora ne devi comprare un'altra, applicata ai libri, poi, la trovo una cosa come dire, volgare da quanto è banale.
poi ieri ho sentito che alla radio c'era proprio lui, tom drury in persona, e dicevano che questo libro, la fine dei vandalismi, è uscito a puntate sul new yorker, ma, ho letto su wikipedia, VENTUNO anni fa.
io adesso ho deciso che lo leggo, sto nuovo libro di ventuno anni fa.





martedì 18 aprile 2017

dimmi cosa leggi...

https://creators.vice.com/en_us/article/every-countrys-favorite-book-map?utm_source=dmfb

hanno fatto sta mappa dei libri preferiti paese per paese.
Italia: Divina Commedia
Spagna: Don Chisciotte
Russia: Guerra e pace
Svizzera: Heidi

sabato 15 aprile 2017

il re è nudo 2 - veduta

TRUTAT (1824-1848), Baccante distesa

In base all'uso e a convenzioni che, anche se finalmente in discussione, non sono tuttavia affatto superate, la presenza sociale della donna ha una qualità diversa da quella maschile. La presenza dell'uomo dipende dalla promessa di potere che egli incarna. Se la promessa è grande e credibile, la sua presenza è straordinaria. Se la promessa è irrisoria o non credibile, la sua presenza è considerata scarsa. Il potere annunciato può essere morale, fisico, emotivo, economico, sociale, sessuale, ma il suo oggetto è da sempre esterno all'uomo. La presenza dell'uomo suggerisce ciò che egli è capace di fare a voi o per voi. La sua presenza può essere ingannevole, nel senso che egli finge di avere capacità che non ha. La finzione è, però, sempre rivolta  a un potere che si esercita sugli altri.
    La presenza della donna, invece, esprime l'atteggiamento che ella ha verso se stessa, e definisce cosa le si può e non le si può fare. La sua presenza si manifesta nei gesti, nella voce, nelle opinioni, nelle espressioni, negli abiti, negli ambienti di cui si circonda, nel gusto. In effetti non vi è nulla in ciò che ella fa che non contribuisca alla sua presenza. La presenza della donna è così intrinseca alla sua persona che gli uomini tendono pensare a essa come a una sorta di emanazione fisica, una specie di calore o odore o aura.
 
   Nascere donne ha significato nascere sotto custodia, affidate a uomini in uno spazio racchiuso e angusto.La presenza sociale delle donne si è sviluppata in funzione della loro disponibilità a vivere sotto tale tutela entro uno spazio tanto limitato. Ciò è avvenuto, però, al prezzo di una spaccatura: l'io delle donne si è diviso in due.
La donna deve guardarsi di continuo. Ella è quasi costantemente accompagnata dall'immagine che ha di se stessa. Sia che attraversi una stanza, sia che pianga la morte del padre, la donna non riesce a evitare di visualizzarsi nell'atto di camminare o piangere. Sin dalla primissima infanzia, le hanno insegnato e l'hanno convinta a osservarsi di continuo.

   E così ella arriva a considerare il sorvegliante e il sorvegliato che ha in sé come i due elementi costitutivi e pur sempre distinti della sua identità di donna.
   Deve sottoporre a scrutinio tutto ciò che è e che fa perché il suo modo di apparire agli altri, e in definitiva il suo modo di apparire agli uomini, ha un'importanza cruciale per quanto viene solitamente considerato il suo successo nella vita. Per la donna il sentirsi esistente in sé viene sostituito dal sentirsi riconosciuta dall'altro.
    Gli uomini, prima di rivolgersi alle donne, le osservano. Di conseguenza, il trattamento che che l'uomo riserverà alla donna può essere determinato da come lei si presenta. Per acquisire un qualche controllo su questo processo, le donne devono devono accettarlo e interiorizzarlo.  (...)
   Se una donna fa una battuta divertente, le sue parole dimostrano come ella tratti il burlone che c'è in lei e come dunque, da donna di spirito, vorrebbe essere trattata dagli altri. Solo un uomo può fare una battuta per il gusto di farla.
   Si potrebbe semplificare dicendo: gli uomini agiscono e le donne appaiono. Gli uomini guardano le donne. Le donne osservano se stesse essere guardate.  Ciò determina non soltanto il grosso dei rapporti tra uomini e donne, ma anche il rapporto delle donne con se stesse. Il sorvegliante che la donna ha dentro di sé è maschio, il sorvegliato femmina. Ecco dunque che ella si trasforma in oggetto, e più precisamente in oggetto di visione: in veduta.
John Berger, Questione di sguardi, cap. 3 pp. 47-49


martedì 11 aprile 2017

io

l'altro giorno, al seminario con paolo nori, era l'ultimo incontro, avevo portato delle tortine salate che mi vengono sempre molto bene, ne faccio di diverse, queste erano coi cipollotti freschi il basilico i pomodori secchi e in alcune il brie, tornando a casa ho pensato che erano proprio come me, buonissime ma indigeste.

lunedì 6 marzo 2017

ognuno riconosce i suoi 20 - john berger



la prima volta che ho sentito parlare di John Berger è stato in gennaio, il tre, perché john berger è morto il 2 gennaio 2017, a novant'anni.
 Come al solito, tutti pare che sappiano chi è john berger fuorché io. allora, come al solito, cerco un libro in biblioteca. secondo me comunque non sono l'unica, a non conoscerlo tanto bene, visto il sottotitolo che hanno scritto a prima pagina di radiotre del 3 gennaio: è morto a novant'anni il maestro della tensione che uno pensa che sia il grande vecchio del thriller, invece berger era un critico d'arte, sociologo, scrittore e poeta. comunque, come a volte succede, trovo nella mia biblioteca uno dei suoi libri più famosi, questione di sguardi. Sette inviti al vedere fra storia dell'arte e quotidianità.


è un libro strano, pieno di riproduzioni di quadri famosi in bianco e nero mescolate a foto pubblicitarie, con le parole scritte quasi tutte in grassetto e centrate, queste ultime due cose piuttosto fastidiose, per me. beh, insomma sto libro strano è rimasto un po' sotto alla pila.
poi tirano fuori di nuovo john berger, che c'era uno che diceva come è stato il suo incontro con il suo mito john berger, (l'articolo è questo)   e uno alla caccia al libro cerca il libro di john berger, e i commentatori della partita della roma la sera prima avevano detto che un giocatore, pagato un mucchio di soldi, era già la terza volta che toppava, e tre indizi, secondo sherlock holmes, hanno detto i commentatori, fanno una prova, e allora, mi sono detta, sto berger, che qualcuno lo chiama berger, qualcuno bergher, non si sa, bisogna proprio che lo leggo anch'io, e così ho iniziato a leggere e devo dire che mi si è aperto un mondo pieno di idee affascinanti e insolite sulla visione, su uno sterotipo di genere come il nudo femminile, sui rapporti di classe, su occidente e oriente e altre cose del genere.
il libro comincia con una frase seguita da un lungo spazio bianco, come dire: questa qui è importante, pensaci su un bel po' prima di andare avanti.

Il vedere viene prima delle parole. il bambino guarda e riconosce prima di essere in grado di parlare.

dopo il bianco, aggiunge:

il vedere, tuttavia, viene prima delle parole anche in un altro senso. E'  il vedere ch determina il nostro posto all'interno del mondo che ci circonda; quel mondo può essere spiegato a parole, ma le parole non possono annullare il fatto che ne siamo circondati.
p. 1 


Queste frasi mi hanno riportato alla memoria una conversazione avuta a milano un paio d'anni fa col professor del guercio dell'accademia di brera. la dottoressa mormando mi aveva invitato a una lezione di aggiornamento per insegnanti del collegio  san carlo, a milano, e il professor del guercio presentava il suo laboratorio d'arte, un'esperienza veramente interessante in cui i bambini venivano portati a lavorare sul loro ritratto proprio dentro a una galleria d'arte.
al ritorno verso la stazione, il professore che mi accompagnava in macchina mi parlava con passione della prevalenza del visivo nel mondo che ci circonda e, d'altra parte, dell'opposta predominanza della parola nel mondo della scuola, incapace di cogliere e quindi di dare strumenti per leggere e comprendere l'immagine, a suo dire assoluta protagonista del presente.
io un po' ero d'accordo, un po' no, ma al professore naturalmente non l'ho detto.
ecco, questo concetto di berger mi pare che forse spiega quello che voleva dire del guercio, e su questo sì, posso dire che è così anche per me, soprattutto se aggiungiamo quello che berger aggiunge più avanti:

vediamo solamente ciò che guardiamo. Guardare è un atto di scelta.. (...) Noi non guardiamo mai una cosa soltanto; ciò che guardiamo è, sempre, il rapporto che esiste tra noi e le cose. La nostra visione è costantemente attiva e costantemente mobile. (...)
Quando diciamo che riusciamo a vedere quella collina là in fondo, non facciamo che affermare che da quella collina è possibile vedere noi. Più radicalmente del dialogo verbale, per sua natura la vista si basa sulla reciprocità.
pp. 10-11

poi lo scorso fine settimana l'ho passato a sentire paolo nori che leggeva i matti delle varie città e che parlava di cosa vuol dire, per lui, scrivere, e ha detto una cosa che l'avevo già sentita, che lui da giovane gli piaceva disegnare e si era comprato un corso di quelli che vendono a puntate in edicola, che me l'ero comprato anch'io, guarda caso, e che nel primo fascicolo di sto corso c'era scritto che per imparare a disegnare devi imparare a guardare, che lui credeva di essere già capace, di guardare, ma poi quando ha provato a rispondere alle domande che gli faceva il fascicolo, no ne sapeva una, di come fosse il suo compagno di banco, come aveva distanti gli occhi, l'attaccatura dei capelli eccetera, e allora, ha detto paolo nori, ecco, per me scrivere vuol dire guardare.
invece lui pensava che per scrivere bisognasse usare parole difficili, che la letteratura fosse una cosa astratta, alta, lontana, e questa cosa a me stupisce sempre, anche se gliel'ho sentita dire tante volte, e mi chiedo sempre che cavolo di libri leggeva, per farsi un'idea così, che io, sarà che a sedici anni leggevo solo hemingway, pavese e dostoevskij, non so, ma cos'ha, hemingway, di letterario in quel senso lì? niente, mi pare. forse è quello, non so, ma per me, la letteratura non è mai stata una cosa lontana, difficile, alta, per me la letteratura è sempre stata una cosa che ha a che fare con la verità, che io, siccome mi piacciono le citazioni, una delle cose che scrivevo sempre nei miei diari era la frase di hemingway:
non preoccuparti. hai sempre scritto e scriverai ancora.
scrivi solo la frase più sincera che sai.

domenica 29 gennaio 2017

il re è nudo 1 - Acts of God



avevo abbozzato già quattro post sotto questa nuova categoria, il re è nudo, con cui intendo ripostare interventi che trovo in giro e che esprimono cose la cui evidenza per me è palese, ma pare non esserlo per la maggioranza delle persone, per l'opinione comune, potrei dire.
solo che il tempo è passato senza che io riuscissi a trovare il tempo di scrivere anche un breve cappello di commento, e ho pensato che se mai comincio, mai comincerò, e l'ottimo è il nemico del bene, come mi ricorda sempre don bosco, e allora comincio questa nuova serie con questo articolo di salvatore merlo, pubblicato sul foglio quotidiano il 21 gennaio.
ho sentito un articolo alla rassegna stampa della mattina, ma l'unica cosa che ricordavo, oltre ovviamente all'argomento, era il giornale. neanche il giorno, mi ricordavo.  venerdì, dopo una lunga ricerca, ero finalmente riuscita a trovare l'articolo, ma non ho potuto leggerlo, era riservato agli abbonati. allora ho scritto a merlo che, molto gentilmente, me lo ha inviato e... l'articolo non era quello che cercavo!
ma, act of god, è perfetto.
poco dopo natale è morto silvano. 64 anni, una moglie amatissima e due figli. era sul trattore a legare le balle di fieno. una montagna di sei sette metri. è caduto, il giorno dopo è morto. la moglie guardava dalla finestra. cose così succedono continuamente.
no, non credo propriamente che siano acts of god. sono più propensa a pensare che ogni atto, nell'universo, abbia delle conseguenze da qualche altra parte. come in un sistema, ogni modifica da qualche parte del sistema, provoca una rimodulazione di tutto il sistema. la cabala dice che se uccidi un uomo, uccidi l'universo.
in ogni caso, comunque, cercare dei responsabili, le colpe, i capri serve forse a farci dormire una notte di più, e basta.


Non ci sono paesi del mondo, nemmeno tra quelli ricchi e progrediti che tanto ammiriamo – pensate agli uragani che affliggono gli Stati Uniti – dove le catastrofi naturali non procurino danni agli uomini e alle cose. Tra il 5 e il 9 dicembre del 1952 un fenomeno di bassa pressione provocò l’addensarsi su Londra di una cappa tossica, un misto venefico di nebbia, fumi industriali e di stufe a carbone intensamente accese per contrastare il freddissimo inverno di quell’anno. Non c’era vento su Londra, e il fumo ristagnava per le strade. La gente restava avvelenata, affollava gli ospedali che andarono in tilt. Ci furono morti, se ne contarono migliaia. “Dobbiamo fare qualcosa. Winston, i cittadini sono arrabbiati. Ci ritengono colpevoli!”, urla il ministro degli Esteri, Robert Salisbury, nel quarto episodio di “The Crown”, la serie televisiva sulla vita della Regina Elisabetta, un capo d’opera di pulizia visiva, e di scrittura cinematografica, trasmesso in questi giorni da Netflix. “Ma colpevoli di cosa?”, gli risponde Winston Churchill, il primo ministro. “E’ nebbia”, gli dice. “E la nebbia è nebbia. Arriva, e poi se ne va”.
Ma l’altro insiste, preoccupato per gli attacchi dell’opposizione, per la collera popolare, per una crisi di governo. E allora Churchill, l’uomo inscalfibile che aveva resistito ai nazisti, lui che aveva sconfitto il demonio e salvato l’Inghilterra, gli si rivolge nel tono d’una didattica impazienza: “Ogni tanto anche qui c’è il sole. Troppo sole, e la chiamano ‘siccità’. Poi finalmente piove. Ma se piove troppo lo chiamano ‘diluvio’, e trovano il modo di incolparci anche di quello. E’ il volere di Dio, Robert. E che ci piaccia o no è del tutto imprevedibile”. Gli inglesi, che hanno inventato le assicurazioni nel XVII secolo, lo chiamano “volere di Dio”, “Act of God”, come diceva Churchill. Non è metafisica, ma un termine tecnico usato anche dai Lloyds di Londra. Secondo l’enciclopedia Britannica gli Act of god sono “eventi imprevisti e imprevedibili derivanti dalle forze della natura”. E allora è certo che in Italia si dovrebbero abitare case e alberghi sicuri, ma è inutile fare aria fritta cercando i colpevoli della valanga assassina che due giorni fa ha travolto l’hotel Rigopiano, e con lo stesso facile sussiego con cui nei bar si discute di Totti e della Juve.
E invece, attorno alla neve assassina e alla terra che trema, alla natura che non è sempre amichevole come nelle confezioni delle mele bio dei supermercati, in Italia si esibiscono gli pseudoscienziati che prevedono le catastrofi, i domatori delle valanghe, gli urlatori televisivi del giorno dopo, gli sciacalletti politici in doposci da Lilli Gruber, quelli che se solo un terremoto e una valanga si potessero prevedere allora sarebbero già lì ancora prima della tragedia, pronti a farsi una fotografia col telefonino, il consueto circo dell’emergenza e dell’orrore che si dispiega solo quando i fenomeni sono già spiegati, quando cioè si spiegano da soli, come nell’enigma del colpevole di Dürrenmatt. E infatti un disastro ambientale non può “tornare” come torna un conto, e non esiste un assassino universale, in certi eventi “ciò che è casuale, incalcolabile, incommensurabile ha una parte troppo grande”, scriveva il drammaturgo svizzero in un suo straordinario racconto, “La promessa”, una storia che precipita il lettore in quel vuoto di senso che si chiama destino, fato, o forse “Atto di Dio”, appunto.
Un terremoto e una valanga, in contemporanea, quattro scosse potenti in quattro ore, un vento a dieci gradi sotto zero che tira sassate a 90 chilometri all’ora, la luce che manca perché le slavine hanno abbattuto i tralicci che poi vanno faticosamente raggiunti uno a uno superando muri di neve e temperature polari. Ma è sull’animale ucciso, si sa, che si accaniscono le mosche. “La gente vuole un capro espiatorio, è normale. Ma noi siamo leader”, dice a un certo punto Churchill, rivolto alla giovane Elisabetta che pretende spiegazioni, atti di responsabilità e forse di contrizione dal suo primo ministro. “E’ nebbia. Prima o poi il vento riprenderà”, risponde invece Churchill alla regina, che intanto però ha già deciso di dare ascolto alla collera popolare, alle speculazioni politiche, agli articoli infuocati dei giornali, alle macchinazioni degli avversari del suo vecchio ministro, e dunque ha già deciso di licenziarlo e di sostituirlo con Anthony Eden. Ma ecco che all’improvviso un raggio di sole fende la nebbia, supera le spesse tende di Bucking Palace, che tremano appena scosse da una brezza di vento. E’ la salvezza. Il sole attraversa la stanza dei velluti, poggiandosi sui piedi di Elisabetta. Un atto di Dio.

venerdì 27 gennaio 2017

una pena congrua

a me piace tanto, il calcio, perché il calcio è come la vita, uguale, ma ormai non riesco più a guardare una partita intera con entusiasmo per via di un atto per me insopportabile e che ormai è tracimato dal campo di calcio alla vita di tutti i giorni: alzare le mani. uno entra sulle gambe dell'avversario spaccandogli i legamenti? alza le mani. tira la maglietta, altra cosa insopportabile, fino a strapparla? alza le mani. come dire: io? ah no, io non c'entro!
sei in diretta mondiale, ma tu alzi le mani. ti hanno visto tutti, non solo l'arbitro, l'aiutante dell'arbitro, i guardalinee, quelli che riempiono lo stadio, no, tci sono anche utti quelli che ti stanno guardando alla tv a pagamento e non, su internet, su premium, sky, chi più ne ha più ne metta, ma tu no, tu alzi le mani. negare sempre e comunque.
non ci fa caso più nessuno, ormai.
così stamattina mi ha veramente colpito la notizia di quello che aveva ammazzato la moglie e i figli perché non sapeva come fare a dirle che voleva il divorzio, e poi era andato a vedere la partita dei mondiali sul maxischermo, che gli hanno dato l'ergastolo, e adesso che doveva fare l'appello, ha scritto ai giudici, due righe, per dire: no no, va bene così, me lo merito, scusate del disturbo, saluti.

per la precisione, secondo il corriere della sera, ha scritto così:
rinuncio, considerando congrua la condanna inflittami in primo grado e scusandomi per la perdita di tempo. Fiducioso in un favorevole accoglimento, porgo i più distinti saluti. In fede, Carlo Lissi

memoria



in occasione della giornata della memoria, il nostro presidente ha detto che
'Auschwitz è diventato un monumento contro l'orrore nazista. Ma è, e deve essere, anche la testimonianza consapevole, di quali sciagure sia capace di compiere l'uomo quando abbandona la strada della convivenza e della solidarietà e imbocca la strada dell'odio'.
no, io non credo che sia così. che sia solo così.
la shoah, io, è da quando ho l'età della ragione che ci giro intorno.
come ho detto oggi alle mie colleghe, che non ho neanche potuto parlare con gli alunni del film che avevamo appena visto, il bambino col pigiama a righe, perché ero troppo sconvolta, io, gli ho detto alle mie colleghe, dopo decenni che leggo, vedo, ascolto tutto e tutti quelli che ne parlano, adesso non ci riesco più, a vedere questi film, non ce la faccio proprio. e tralasciamo il fatto che il figlio del nazista, il bambino amico del bambino ebreo, si chiami proprio come mio figlio.
la storia dell'antisemitismo non è la storia di una delle tante segregazioni razziali, è qualcosa di più, di più grande, mostruoso, è qualcosa di inconcepibile, come insegna primo levi.
perché, mi è sembrato di capire in tutti questi anni che cerco di capire come è potuto succedere,la shoah è stato il tentativo di legalizzare il male, di invertire l'ordine delle cose, mettere l'etichetta 'giusto' sul supremamente ingiusto, su quell'odio, quel male che ognuno di noi ogni giorno è chiamato  a scegliere di tenere a bada, e invece loro, i nazisti, volevano che diventasse legale, odiare qualcuno, così potevano essere bravi padri di famiglia, bravi cittadini, servitori dello stato, amanti dell'arte, della musica, del bello e del buono, perché avevano confinato il male che era dentro di loro nei campi, l'avevano caricato sulle spalle degli ebrei, e un po' alla volta li stavano eliminando, come se si potesse così facilmente eliminare il male, uccidendo un capro, bruciandolo in olocausto.