giovedì 23 luglio 2015

paradossi 2


Ecco il paradosso fondamentale di Berry, a proposito, nel caso volessi un esempio del perché i logici con un'incredibile potenza di fuoco possono dedicarsi una vita intera a risolvere certe cose eppure finiscono con lo sbattere la testa contro il muro. Nella fattispecie questo ha a che fare con i grandi numeri - intendo grandi per davvero, oltre il bilione, oltre dieci alla bilionesima alla bilionesima, sempre più su. Quando arrivi lassù, ci vuole un po' anche solo per descrivere numeri così grandi a parole. La quantità «un bilione, quattrocento miliardi alla bilionesima » richiede ventisei sillabe per descriverla, ad esempio. Tanto per darti un'idea. Ora, anche più in alto fra questi numeri immensi, su scala cosmica, immagina ora il numero più piccolo che tu non possa descrivere con meno di ventisette sillabe. Il paradosso è questo: il numero pià piccolo che non puoi descrivere con meno di ventisette sillabe, che naturalmente è una descrizione di questo numero, solo che ne ha ventisei, che naturalmente è meno di ventisette sillabe. E adesso come la mettiamo?

David Foster Wallace, Caro vecchio neon, in: Oblio. , Einaudi pag. 200
 

paradossi


Magari ti trovi nel mezzo di una riunione creativa al lavoro o roba del genere e per la testa ti passa tanto di quel materiale in quei brevi istanti di silenzio in cui i partecipanti scorrono i propri appunti in attesa della presentazione successiva che ci vorrebbe un tempo esponenzialmente più lungo dell'intera riunione soltanto per tradurre in parole il flusso dei pensieri sorti nel silenzio di quei pochi secondi.
Ecco un altro paradosso: nella vita di una persona la maggior parte dei pensieri e delle impressioni più importanti attraversano la mente così rapidi che rapidi non è nemmeno la parola giusta, sembrano totalmente diversi o estranei al cronometro che scandisce regolarmente la nostra vita, e hanno così pochi legami con quella lingua lineare, fatta di tante parole messe in fila, necessaria a comunicare fra di noi, che dire per esteso pensieri e collegamenti contenuti nel lampo di una frazione di secondo richiederebbe come minimo una vita intera, ecc. - eppure sembra che andiamo tutti in giro cercando di usare la lingua (quale che sia, a seconda del paese d'origine) per cercare di comunicare agli altri quello che pensiamo e per scoprire quello che pensano loro, quando in fondo lo sanno tutti che in realtà si tratta di una messinscena e che si limitano a fare finta. Quello che avviene dentro è troppo veloce, immenso e interconnesso e alle parole non rimane che limitarsi a tratteggiarne ogni istante a grandi linee al massimo una piccolissima parte. La velocità mentale interna o quello che è di queste idee o ricordi, percezioni o emozioni e via dicendo è perfino più veloce - esponenzialmente, inimmaginabilmente più veloce - in punto di morte, cioè durante quel nanosecondo così minuscolo e sul punto di sparire che separa il momento in cui si muore tecnicamente da ciò che avviene subito dopo, perciò in realtà il cliché sull'intera esistenza che scorre in un lampo davanti agli occhi di chi è in punto di morte non è poi così peregrina - anche se in questo caso intera esistenza non  non vuol dire una sequela ininterrotta dove prima nasci e poi sei nella culla e poi sei al piatto nella squadra dell'American Legion ecc., che in fondo è quello che pensano un po' tutti quando dicono «la mia intera esistenza» riferendosi a una serie cronologica, discontinua, di momenti che mettono in fila e chiamano vita. Non è affatto così. Non mi viene in mente un modo migliore per dirlo se non che succede tutto a un tratto, ma questo a un tratto non significa certo un momento finito di tempo all'interno di una sequela ininterrotta nei termini in cui consideriamo il tempo quando siamo vivi, e poi quello che risulta essere il significato dell'espressisone la mia vita non si avvicina neanche lontanamente a quello che che crediamo di dire quando diciamo «la mia vita». Le parole e il tempo cronologico creano tutti questi equivoci assoluti su quello che succede per davvero a livello elementare. Eppure al tempo stesso la lingua è tutto ciò che abbiamo per cercare di capirlo e cercare di instaurare qualcosa di pùà vasto o di più significativo e vero con gli altri, il che è un paradosso.
...
E naturalmente a questo punto avrai notato quello che ha tutta l'aria di essere il paradosso centrale, che abbraccia tutto, e cioè che questa cosa dove io dico che le parole non bastano e il tempo in realtà non procede in linea retta è una cosa che tu senti a parole e per capirla devi cominciare ad ascoltare la prima parola e poi mettere tutte le altre in fila in ordine cronologico, perciò se dico che le parole e il tempo cronologico non hanno nulla  a che farci tu ti chiederai perché siamo seduti in questa macchina usando le parole e consumando il tuo tempo sempre più prezioso, nel senso che non è che mi starò contraddicendo sul piano logico fin dall'inizio.
...
Se ci pensi bene è interessante quanto sembri goffo e improbo comunicare anche la cosa insignificante. Secondo te finora quanto tempo è passato?

David Foster Wallace, Caro vecchio neon, in: Oblio. , Einaudi pagg.180-182


again

La grande marcia della distruzione culturale proseguirà. 
Tutto verrà negato. 
Tutto diventerà un credo… 
Accenderemo fuochi per testimoniare che due più due fa quattro. 
Sguaineremo spade per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. 
Non ci resterà quindi che difendere non solo le incredibili virtù e saggezze della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile: 
questo immenso, impossibile universo che ci guarda dritto negli occhi. 
Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. 
Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. 
Saremo tra coloro che hanno visto 
eppure hanno creduto.

 Gilbert K. Chesterton
 

martedì 21 luglio 2015

il buio della ragione genera mostri

ho sentito adesso alla radio, lettura dei giornali, che all'anagrafe, per cambiare sesso, non serve l'operazione.
decidi tu, del resto, chi altri? è un tuo diritto decidere di che sesso sei, ci mancherebbe.
son qua che aspetto il momento in cui uno pretenderà, come suo innegabile e sacrosanto diritto, di riprodursi senza l'intevento di nessun altro. il diritto di auroclonarsi, per vivere una vita migliore, magari, con il genitore ideale: se stesso. come mi ha detto la psicologa, quella volta: devi diventare tu madre e padre di te stessa. o per avere delle parti di ricambio nel caso che, molto più prosaicamente.
il DNA è mio, e me lo gestisco io, ma quanto credete che ci vorrà?
anzi, secondo me da qualche parte lo fanno già. la realtà supera sempre l'immaginazione.

mercoledì 8 luglio 2015

sedicenti

sedicenti erano le brigate rosse negli anni settanta.
siccome volevano fare il compromesso storico, siccome i comunisti erano metà dell'italia, siccome c'era la guerra fredda, siccome in italia c'era il più forte partito comunista d'europa, siccome i partigiani erano tutti comunsiti, siccome dopo la liberazione fascisti, in italia, non ne trovavi più uno neanche a pagarlo, eccetera eccetera, allora al telegiornale dicevano che quelli che sparavano alla gente, che facevano le rapine a mano armata per finanziarsi, che volantinavano davanti alle fabbriche e lasciavano messaggi nelle redazioni dei giornali firmandosi brigate comuniste, rosse, non erano veri comunisti, rossi, no: erano sedicenti comunisti. lo dicevano loro, che erano comunisti, ma non era mica vero. erano, appunto, 'sedicenti'.
se l'erano inventata loro, l'idea della rivoluzione armata. la lotta armata eccetera eccetera.
adesso, hanno ricominciato con la stessa solfa: il sedicente stato islamico, eccetera eccetera. quelli non sono veri musulmani eccetera eccetera. perché non c'è scritto da nessuna parte, nel corano, ha detto uno ieri alla tv, che ci dev'essere uno stato islamico. maometto e ghandi, cosa vuoi, siamo lì. ognuno a modo suo, sì, come no.

martedì 7 luglio 2015

ma l'amore che cos'è 10 - parla con lei



eccolo lì, dov'era finito, ce lo deve aver messo la donna che viene a farmi le pulizie il sabato, in questa stanza che non è neanche nostra, dove mi sono messa adesso perché è più fresca delle altre, dietro a un mobiletto che lo tiene su, col vetro rotto, e i bordi mezzi rovinati, pensare quanto ci ero stata dietro, il nostro primo film, non esiste il caso, il nostro primo film era parla con lei, qualcosa vorrà pur dire, no?, e ho fatto la posta alla locandina un metro per settanta per settimane, al noleggio videocassette, finché me l'ha data, ma chi volete che lo volesse, parla con lei, in quel noleggio, chi vuoi che l'abbia preso, a  noleggio, giusto perché almodovar andava ancora abbastanza di moda, forse, ma se ne sono viste di meglio di locandine, se è per fare arredamento, infatti non gliel'ha chiesta nessuno, e a me mi pareva di non aver mai fatto un regalo così bello, così personalizzato, così significativo, ne ero fierissima, poi è rimasto arrotolato fin quando non so, forse dopo il matrimonio, ho dovuto comprare io, il vetro, e poi quando siamo stati qui si è rotto, quando si è rotto è stato molto triste, per me, lo ricompro subito, mi ha detto, quando ho un attimo di tempo lo ricompro.

la solitudine dello scrittore



Soli, lo si è in una casa. Non fuori, ma dentro di essa. Nel parco ci sono gli uccellini, i gatti e una volta anche uno scoiattolo, un furetto. Non si è soli in un parco. Invece in casa si è tanto soli da sentirsi a volte smarriti. (...)
Ho capito di essere una persona sola con la mia scrittura, sola lontanissima da tutto.

p.9

 La solitudine dei primi libri l'ho mantenuta, l'ho portata con me. La mia scrittura l'ho sempre portata con me, dovunque andassi, a Parigi, a Trouville o a New York.

La solitudine della scrittura è una solitudine senza la quale lo scritto non si realizza o si sbriciola esangue nel cercare cosa scrivere ancora. Si dissangua, l'autore non lo riconosce più.

p.10

Ci vuole sempre una separazione dagli altri intorno a chi scrive libri. (...) la solitudine reale del corpo diventa quella, inviolabile, dello scritto. Non parlavo di questo con nessuno. In quel periodo della mia prima solitudine avevo già scoperto che per me scrivere era una necessità, me l'aveva confermato Raymond Queneau. Il solo giudizi di Raymond Queneau, questa frase: '' Non faccia niente altro, scriva''.

p.10

Scrivere era l'unica cosa che popolava la mia vita e che la incantava. L'ho fatto. La scrittura non mi ha mai abbandonato.

p.11

trovarsi in un buco, in fondo al buco, in una solitudine quasi totale e scoprire che soltanto la scrittura ci salverà. Essere senza alcun argomento, senza alcuna idea di libro significa trovarsi, ritrovarsi, davanti a un libro. Un'immensità vuota, un libro eventuale. Davanti a niente. Davanti a una scrittura viva e spoglia, in un certo senso terribile, terribile da sormontare. Credo che la persona che scrive non abbia nessuna idea di libro, ha le mani vuote, la testa vuota e conosce dell'avventura del, libro soltanto la scrittura asciutta e nuda, senza futuro, senza eco, remota, con le sue regole auree elementari: ortografia, senso.

p. 15

C'è questo nel libro: la solitudine del mondo intero. Essa è ovunque, ha invaso tutto. Continuo a credere a quest'invasione, come fanno tutti. La solitudine è una cosa senza la quale non si fa niente, senza la quale non si guarda più niente. E' un modo di pensare, di ragionare, ma con il solo pensiero quotidiano.

p. 24

Marguerite Duras, Scrivere, Feltrinelli


venerdì 3 luglio 2015

ognuno riconosce i suoi 17 - bella pugnalata



sempre perché il caso non esiste, ho ordinato in biblioteca il primo e al momento unico romanzo di alessandra saugo, che io non lo so, ma una biblioteca di provincia, secondo me, dovrebbe avere almeno un fondo di autori locali, visto che hanno dimesso i libri di morselli, che ne avevano un sacco e adesso manco uno, e ho scoperto anche l'opera omnia, che c'era, del teologo balthazar, che si intitola gloria, e non posso neanche chiederla in prestito dall'unica biblioteca della provincia che ce l'ha, perché non è ammessa al prestito, essendo una serie di volumi belli grossi, che stavano nella sala centrale, quella che adesso è dei bambini, e non oso neanche guardare ma sicuramente l'hanno scartata anche quella, l'opera omnia di benedetto croce, visto che nella stanza dove era, il magazzino, adesso c'è la stanza dei viaggi, della cultura locale e dietro la parete di poesia e letteratura, che io ci ero andata solo perché conoscevo il bibliotecario e c'era poco personale e allora mi faceva andare da sola in magazzino, perché era in magazzino, l'opera omnia di benedetto croce edita da laterza, vecchi libri giallini che uno, avevo scoperto, l'avevano fregato e avevano fregato anche il cartellino dal catalogo, avevo scoperto, ma non gliene fregava niente a nessuno già allora, è che tu non capisci che la differenza tra una biblioteca di divulgazione e una di conservazione, mi dice il professore, eh lo so, sono scema, ho fatto due concorsi da assistente bibliotecario ma non la so, io, la differenza, per quello che mi incazzo ogni volta che penso che avevano eliminato la stampa, il terzo quotidiano italiano, perché, mi ha detto la direttrice che è anche un po' mia amica, lo trovavamo sempre intonso, ma adesso che c'è il suo vicedirettore gramellini che ha molto successo forse la ricompriamo, e intanto hanno comprato libero e la gazzetta dello sport, che uno non so quante decine di lettori abbia, con tutto che ci scrive anche paolo nori e a me fa anche piacere che ci sia, ma quanti vuoi che lo leggano, e la gazzetta dello sport, che c'è in tutti i bar, e con tutti i bar che ci sono, a valdagno, voglio dire, ma vai al bar a leggertela, la gazzetta, no?  e infatti dopo che ho scritto la lettera che non era mica possibile che non ci fosse la stampa in biblioteca, e che mi ha risposto così, poi dopo un po' mi è arrivato un messaggio che l'avevano ricomprata, è sempre perché non capisci la differenza tra biblioteca di divulgazione e biblioteca di conservazione, mi ha detto il professore, e io allora, che credevo di aver capito, ho pensato che il libro di un valdagnese che faceva il prof di ginnastica e ha scritto un libro che si intitola 'sono un ladro' e che è morto in circostanze un po' strane un mese fa, nella biblioteca di valdagno, ci fosse, e invece no, c'è solo nella biblioteca nazionale di roma e firenze, ma almeno, ho pensato, ci sarà il romanzo di alessandra saugo, che, ho scoperto adesso che mi è arrivato, ha una presentazione di antonio moresco, sempre perché il caso non esiste, che io fino all'altro giorno non sapevo manco che esistesse, antonio moresco, fino a quando per sbaglio ho ordinato il suo libro gli increati (ne ho scritto qui), comunque un po' mi sono sentita male, lo confesso, quando ho letto il suo nome, perché se scrive così anche lei, mi sono detta, non so mica se ce la faccio, a leggerlo, con tutto che io, la sandra, da quando la conosco perché è stata per un bel po' la morosa di mio fratello, l'ho sempre stimata, anche se è tanto distante, da me, distante anche nel senso di più in alto, in una certa direzione, lei è sofisticata, ecco, la parola con cui potrei descriverla, quanto io sono elementare, che mi ricordo che leggeva della roba che io, non so, roland barth, per esempio, non sono mai riuscita a capirlo, ma lei mi è sempre piaciuta, come persona, come mi piacciono le persone diverse da me, lontane, eppure per tante cose così vicine.
per fortuna che il libro sì, è strano, ma sono riuscita a leggerlo, mi è anche piaciuto, devo dire, soprattutto alcune cose, altre un po' meno, comunque a me piacciono i libri dove la gente parla della sua vita, che poi, secondo me, forse mi sbaglio ma non credo, uno alla fin fine, cosa vuoi che dica, parla della sua vita, o, almeno, quelli che mi piacciono a me che scrivono, fanno sempre e solo quello, che poi a un certo punto non sai se parlano di loro o di te, e questi sono decisamente i migliori.

Scrivevo tutte le mattine, ma senza un orario, mai, se non per cucinare. Sapevo quando dovevo intervenire perché il cibo bollisse o perché non si bruciasse. E anche per i libri lo sapevo. Lo giuro. Tutto, lo giuro, non ho mai mentito in un libro. E neppure nella vita. Eccetto agli uomini. Mai.
M. Duras, Scrivere, Feltrinelli 1994, p. 26
(insieme al libro della sandra, finalmente mi è arrivato questo libretto della duras che parla di scrittura e solitudine e morte, e vita)

o, per dirla con flannery o'connor,
In realtà, chiunque sia sopravvissuto alla propria infanzia, possiede informazioni sulla vita per il resto dei propri giorni. Se non riuscite a cavare qualcosa da un’esperienza ridotta, probabilmente non vi riuscirà da un’esperienza più vasta. Il dovere dello scrittore è contemplare l’esistenza, non dissolversi in essa.
F. O'Connor, Nel territorio del diavolo. Sul mistero di scrivere, Theoria 1993 pag. 54

giovedì 2 luglio 2015

gli increati

Giocarsi la pelle
Giochi di potere
il corpo del reato
Sei tornato, papà?
la femmina della specie
Tutta colpa della neve
Cairo Automobile Club
Identità rubate
Il sangue degli innocenti
Professione Lolita
Il sole è una donna
Alberi senza radici
L'anno del diluvio
L'ombra del vento
Area 7
L'incidente

questi sono i titoli dei libri appena restituiti, che si presume siano stati letti, nella mia biblioteca. ho copiato i titoli dallo scaffale che c'è vicino al banco prestiti, mentre aspettavo il mio turno. a parte tom clancy, l'autore di giochi di potere, non ho mai sentito nessuno di questi titoli né i loro autori. è incredibile, e sconfortante, vedere quanti libri esistano che non ho mai neanche sentito nominare, e che tutti li leggono, tranne me.
io stavo aspettando un libro che quando l'ho visto ho fatto un colpo, per fortuna che mi ero portata una borsa di plastica, saranno più di mille pagine, ho pensato quando l'ho visto, un mattone enorme, e infatti sono 1013, senza l'indice, è l'ultima fatica, il libro definitivo, hanno scritto così, di antonio moresco, che anche questo, sì, l'avevo sentito, ma così, per sbaglio, cioè, pensavo fosse un altro, ecco.
si intitola gli increati, che come titolo, devo dire, non mi piace per niente. è che avevo letto una presentazione, che poi ho scoperto essere la seconda di copertina, che anche questo, se lo sapevo, magari non ci credevo mica così tanto, a quello che ho letto, perché il libro l'ho richiesto dopo che avevo letto da qualche parte che
"Gli increati è un romanzo vertiginoso, che coinvolge e cattura con la sua spinta narrativa travolgente, un testo autonomo e, nello stesso tempo, il culmine di un unico progetto cominciato più di trent'anni fa con Gli esordi e proseguito con Canti del caos. E' un'opera che taglia e oltrepassa i nostri giacimenti narrativi, poetici, mitici, religiosi, i saperi scientifici, economici, storici, filosofici, il nostro sentimento del mondo, il nostro pensiero e le nostre conoscenze. Che ci trasporta in una dimensione dove non eravamo mai stati, in zone ritenute inaccessibili. Ci confronteremo con un'idea di letteratura a tutto campo, che prende di petto l'indicibile, ancora capace di portare sfida, rischio, avventura, sfondamento, invenzione, visione e passaggio, con un'opera che, mai come in questo caso, si pone non solo come mondo ma anche come ultramondo, abolendo le barriere di vita, morte, vita dopo la morte e immortalità."
comunque vabbè, l'ho preso, penso di essere la prima, a leggerlo, è nuovo di palla, un po' perché è appena uscito, ma un po' forse anche perché tutto il libro parla di com'è la vita, anzi la non vita, dei morti.
come al solito, evidentemente io non ci capisco niente, di letteratura, forse è per quello che non mi sono mai laureata, forse aveva proprio ragione silvio ramat, che quando gli ho presentato una bozza di analisi del testo che avevo fatto su delle poesie di alda merini, mi ha chiesto a bruciapelo, con quel suo tono sempre gentile, pacato, l'accento fiorentino che sono cinquant'anni che stai a padova ma continui ad aspirare la ci che solo per quello uno si sente una cacca, io col mio accento veneto che quando mi sento di rimando nel cellulare, che non so perché quando telefono a mio marito, solo con lui mi succede, mi sento l'eco e mi sembra così brutto, così sgradevole, una volta uno che mi telefonava non ci eravamo mai visti poi quando ci siamo conosciuti mi ha detto che lo sapeva, che non ero uno scorfano (l'antifrasi, era la sua figura retorica preferita) perché l'aveva capito dalla mia voce, a me fa schifo lo stesso, sentirmi, quando parlo, comunque silvio, dal profondo dei suoi occhietti azzurri, di ghiaccio, quella volta mi ha chiesto ma lei, un libro, l'ha mai letto un libro in vita sua? e l'ha detto come se non fosse una domanda retorica, che doveva sembrare una domanda vera, come se lo volesse sapere veramente, se io un libro l'avevo letto o no, nella mia vita, che se l'avesse detto con un tono strafottente, sarebbe stato meno brutto che così, ne sono sicura.
che io, sto libro che nel secondo capitolo la parola morti ricorre più di 40 volte, le avevo contate, l'altra volta che avevo cominciato a scrivere questo post, ma non so come, ogni tanto mi succede, il post si è cancellato, perché non scrivi su word, mi ha chiesto il professore, eh, è difficile da spiegare, gli ho detto, è che non riesco a scrivere, mi fa una fatica, non so perché, non lo so spiegare, ma mi sono accorta che funziona così, vado meglio se scrivo on-line, che se devo metterci dentro una foto gliela trovo subito, insomma adesso non ho tanta voglia di ricontarla, sta parola, comunque, adesso lo faccio, perché io ho questa condanna qua, che sono perfezionista, una casinista perfezionista, una cosa insopportabile, da essere, già è dura essere perfezionista, ma casinista, insomma ho contato, sono 43 volte che ricorre la parola morti, in 5 pagine, da pagina 13 a 17, no, non ce la faccio proprio a leggerlo, non dico che questo moresco non sia uno di questi
'scrittori che portano avanti un'idea originalmente italiana, viva nella lingua, potente, faticosa, lontana dalla gran parte della produzione contemporanea, che nel frattempo ha preso un'altra strada, parallela, costruita su modelli angloamericani con mattoncini di italiano standard, la cui origine è più nel cinema, nella televisione o nella letteratura tradotta, piuttosto che nella tradizione letteraria italiana', come ha scritto in un post andrea coccia  sul sito linkiesta.it, post che si intitola gli Increati, un romanzo per un'Italia che non c'è, che dal titolo si capisce benissimo cosa vuole dire, che questo libro è un libro per pochi, per pochissimi, nessuno, praticamente,
'il perché è piuttosto semplice: in Italia non c'è più un pubblico - o meglio: un pubblico in grado di poter essere definito mercato - capace di apprezzare questo tipo di letteratura. Anzi, peggio, in Italia sembra stia sparendo il pubblico che ha voglia di leggere e, conteporaneamente, sta fallendo tutto il comparto. Questo, principalmente, perché manca una politica reale per incoraggiare la lettura', dice sempre coccia.
ecco dai, almeno la colpa non è mia. è che manca una politica reale per incoraggiare la lettura. il che è vero, in generale, ma non in particolare, ovvero, non per me. perché a me leggere piace. anche senza nessuna politica,  che come ho scritto in quella abbastanza velleitaria campagna 'io leggo perché', io leggo perché non posso farne a meno.
beh, insomma, io, quello in cui non concordo col signor coccia, è che ci sia un'idea originalmente italiana, quella dei moresco, arbasino e, aggiungo io senza alcuna pretesa, dei gadda, e un'altra angloamericana, che si ispira al cinema, dei mattoncini di italiano standard, che io credo di aver capito cosa vuol dire, ma non so se sia vero che non è italiana anche quella, perché io, quando ho fatto il corso con mengaldo su calvino e primo levi, non credo che si possa dire che calvino facesse l'occhiolino al cinema, non parliamo di primo levi, e calvino, per dirla con mengaldo, è l'anti-gadda, oltre che l'anti-pasolini (che anche quello, il cinema, magari, ma la televisione, la letteratura tradotta... eh no eh). ecco, io, ma sai che novità, sono dall'altra parte, diciamola così, ma non è una questione di italianità, di livello, di gerarchia.
è che io, le parole, non so, è che le parole, per me, bisogna usarle con parsimonia, ecco.