mercoledì 28 gennaio 2015

truppa

oggi bruno ha portato a casa il questionario che bisogna compilare per le prove invalsi, in cui ti chiedono se sei italiano, da quanto stai in italia se non lo sei, e che scuole hai fatto tu e il padre di tuo figlio, e che lavoro fai.
e io e il padre di mio figlio, ho dovuto mettere la crocetta alla voce:
insegnante, impiegato, truppa.

per non dimenticare



da quando la maestra gabriella ci lesse, in quarta elementare, il diario di anna frank, gli ebrei e la loro storia sono diventati, per me, un'ossessione. alle medie mi sono comprata se questo è un uomo. ricordo un librone di quelli che non si sa se sono tratti o ne hanno tratto una roba per la tivù, olocausto. e poi tanta altra roba. libri, film, testimonianze.
poi primo levi si è ammazzato.
nell'89 sono andata ad auschwitz. arbeit macht frei. solo i tedeschi.
all'università ho fatto un corso su calvino e primo levi. ho letto la tregua, i sommersi e i salvati. e gli straordinari racconti della chiave a stella. che ce li avevo in casa e non so come cavolo ho fatto a non accorgermene. e il sistema periodico.
quando andai in polonia, nell'89, c'erano molti ragazzi russi. avevano avuto il visto per uscire, non che gliene fregasse qualcosa di vedere il papa, ma potevano uscire. con uno ho cominciato una corrispondenza. finché è venuto fuori che era antisemita, come tanti russi. quelli che hanno liberato auchwitz, sì. quelli che, come ho scoperto poco dopo leggendo brodskij, mettevano sul passaporto il timbro rosso 'ebreo'. quelli che, ho scoperto solo qualche tempo fa, hanno riciclato il campo che avevano liberato per metterci chi gli stava sulle balle a loro, come mi ha raccontanto jorge semprun (ne ho parlato qui)
oggi ho sentito alla radio qualcuno che diceva che la shoà è, per fortuna, un unicum.
da un po' di tempo sto pensando di no.
cioè, lo è nel senso che con gli ebrei ce l'hanno tutti.
ma come la mettiamo con stalin e le sue purghe? non quelle sui sospettati politici, per cui potevi finire in un lager per un banale sospetto. No, quello delle minoranze nazionali. ho trovato qualche notizia in questo articolo del corriere del 1997 su un convegno tenuto a cortona,
La Russia nell'eta' delle due guerre (1914 - 1945). Verso un nuovo paradigma. Studiosi di Stati Uniti, Inghilterra, Svezia, Italia, Federazione russa metteranno a fuoco i prodotti di una delle caratteristiche dell'Urss di quegli anni: la convinzione dell'incombenza di una guerra sulla vita del Paese, dapprima quella contro i kulaki, poi un conflitto mondiale. "Nel 1937 - '38 Stalin diede precise disposizioni affinche' fossero deportate, e severamente epurate, intere popolazioni che abitavano su territori di confine, ritenute inaffidabili nell'eventualita' di un conflitto", sottolineera' Chlevnjuk. "Fu questo - spieghera' - in particolare il caso dei cittadini sovietici di etnia coreana, 170 mila persone, e giapponese". A loro tocco' di sperimentare quanto sarebbe accaduto dopo ai polacchi e alle minoranze del Caucaso, ai balkari, ai tatari dell'Uzbekistan. Un trattamento feroce, descritto con efficacia in una biografia del capo della polizia politica Nkvd, Beria di Amy Knight, attraverso le parole di un sopravvissuto: "In carri bestiame pieni fino a straboccare, senza luce e senza acqua, viaggiammo verso la nostra destinazione per circa un mese. Il tifo infuriava. Non c'erano medicine. Durante le brevi fermate in stazioni solitarie seppellivamo i nostri morti vicino al treno, sotto neve nera per gli scarichi della locomotiva. Era proibito, pena la morte, allontanarsi piu' di cinque metri dal treno". Se il 1937 fu forse l'anno piu' sanguinario per le torture, un ruolo non meno infelice spetterebbe al 1939. "Il paradigma che emerge dal 1939, quando fu stretto il patto della Russia con Hitler, e' il dispotismo derivato da un decennio di guerre interne rafforzato da una politica estera concentrata nelle mani di Stalin", osserva Silvio Pons, vicedirettore della Fondazione Gramsci. Un po' come dire, parafrasando al contrario la massima di Von Clausewitz sul legame tra politica e guerra, che il 1939 fu la continuazione del 1937 con altri mezzi. Consacro' in chiave politico - diplomatica cio' che si intravvedeva nella repressione di due anni prima: il passaggio dalla dittatura del partito unico alla dittatura del despota. Chlevnjuk critichera' quegli antistalinisti attenti prevalentemente alla "patologia mentale di Stalin e alla sua natura di carnefice". Il primo scopo dei dirigenti nelle deportazioni, insistera', era "l'eliminazione di una potenziale "quinta colonna".
e pol pot? di quello non ne parla più nessuno. eh, tanto è morto da un pezzo (1998). basta un'occhiatina a wikipedia, tanto per dire:
Il 13 maggio 1976 Pol Pot venne nominato Primo Ministro di Cambogia, e iniziò a varare delle radicali riforme comuniste, denominando il processo "Super grande balzo in avanti"[6], ispirandosi alle politiche maoiste. I bombardamenti statunitensi avevano portato allo svuotamento di parte delle aree rurali e le città si erano sovraffollate (la popolazione di Phnom Penh superò il milione di abitanti prima del 1976). Pol Pot pensava che l'unica via al comunismo fosse ripartire da zero. Quando i Khmer Rossi presero il potere, evacuarono i cittadini dalle città verso la campagna, dove venivano costretti in fattorie comuni. La proprietà venne collettivizzata seguendo i già sperimentati modelli sovietico, cinese e vietnamita, e l'educazione si teneva in scuole comuni. Ma l'effetto della dittatura non si limitò a queste riforme: il regime di Pol Pot fu infatti una delle più spietate dittature della storia. Migliaia di politici e burocrati vennero uccisi, mentre Phnom Penh veniva trasformata in una città fantasma dove molti morivano di fame, malattie o perché giustiziati. Venivano perseguitate e uccise tutte le persone non iscritte al Partito che avessero un'istruzione, e anche il solo fatto di portare gli occhiali era sufficiente per essere indicati come intellettuali e quindi come nemici del popolo.[7] Le mine, che Pol Pot lodava come "soldati perfetti", erano ampiamente distribuite in tutto il territorio. Il governo dei Khmer Rossi ripeteva spesso attraverso la radio che la nuova utopia comunista necessitava solo di un milione o due di persone; per gli altri valeva il proverbio del "Tenervi non comporta alcun beneficio, eliminarvi non comporta alcuna perdita".[8] Il numero di vittime causate da Pol Pot è conteso.  (clicca qui per leggere il resto)
ma almeno questi sono morti.
ch invece è ancora vivo è Kim Jong-un, il figlio di Kim Jongil, il dittatore che ha massacrato i nord koreani (ne ho parlato qui, un pochino). sul massacro koreano è uscito un rapporto ONU neanche un anno fa, in cui la persecuzione è paragonata esplicitamente allo sterminio nazista. ne sentite parlare voi? forse sì, per il fatto che una nota azienda americana ha ritirato la distribuzione di un film satirico proprio su questa brava personcina, e dopo che era già stato pubblicato il rapporto ONU...

ecco, quello che vorrei, per questa giornata della memoria, è non pensare che è successo, e basta, ma ricordare che è successo, e può succedere ancora. succede.
me l'ha insegnato primo levi, che in una delle ultime pagine de I sommersi e i salvati ci ricorda:

È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire. Può accadere, e dappertutto. Non intendo né posso dire che avverrà; [è poco probabile che si verifichino di nuovo, simultaneamente, tutti i fattori che hanno scatenato la follia nazista, ma si profilano alcuni segni precursori].


La violenza «utile» o «inutile», è sotto i nostri occhi: serpeggia, in episodi saltuari e privati, o come illegalità di stato […]. Attende solo il nuovo istrione (non mancano i candidati) che la organizzi, la legalizzi, la dichiari necessaria e dovuta e infetti il mondo.
Pochi paesi possono essere garantiti immuni da una futura marea di violenza, generata da intolleranza, da libidine di potere, da ragioni economiche, da fanatismo religioso o politico, da attriti razziali. Occorre quindi affinare i nostri sensi, diffidare dai profeti, dagli incantatori, da quelli che dicono e scrivono «belle parole» non sostenute da buone ragioni.

domenica 25 gennaio 2015

due più due

perché io, due più due, non lo so fare. io vado in biblioteca. lui no.  lui non può. lui non può continuare a lavorare per la scuola solo due pomeriggi a settimana. perché lui, gli altri due pomeriggi della settimana, lui esce alle quattro.
io invece, è solo al martedì che sto nove ore a scuola. gli altri giorni ho tutto il tempo per fare quello che cazzo mi pare, mi dice, tutte cose che lui non può fare, tipo stirare e lavare montagne di calzini e mutande, dividerli in mucchietti, riporli nei cassetti, cambiare il letto di bruno ogni due giorni che si piscia sotto, alzarsi alle sei e mezza per preparare la colazione a tutti e non riuscire a farla mai io, vestirli ancora a letto tutti e tre, fare le scale su e giù venti volte prima di riuscire a metterli ogni santo giorno sul pulmino delle sette e mezza, fiondarmi a scuola ogni santa mattina alle 8 a parte il martedì alle nove, tornare a casa alle due perché prima mi sono fermata a scuola a fare quelle fotocopie e poi a fare la spesa, farmi una piadina mentre metto in lavastoviglie la roba della mattina, mangiare in dieci minuti, stendere la roba della lavatrice della notte ed è già ora di andare a prendere i bambini alle quattro, col libro da leggere in mano fuori dalla scuola, poi a casa, la merenda i compiti, gli avvisi da firmare, le merende da preparare, la cena, la lavastoviglie da riempire, gli orsetti coi semi da riscaldare, le liti continue da sedare, i pianti da consolare, i vestiti dei bambini da preparare per il giorno dopo. e schiantarsi nel letto dopo aver avviato l'ennesima lavatrice o lavastoviglie che bisogna anche pensare come fare perché insieme non si può, e poi in camera la connessione non va e non posso neanche leggere la posta.
e andare al corso di inglese senza aver avuto il tempo di aprire il libro, fare i compiti mentre li correggiamo, e alla mattina dire ai miei alunni che non ho neanche il tempo di dormire, figuriamoci correggere le loro verifiche fatte due giorni prima.

venerdì 23 gennaio 2015

domenica 18 gennaio 2015

colori incerti


c'è stato un tempo, quando ero una ragazzina, che leggevo solo gialli. mia madre era iscritta a uno di quei club di lettori che vendono libri per corrispondenza, l'altra sera a casa di un amico ho visto che esistono ancora, che dicono che ti fanno gli sconti, poi finiva che doveva prendersi il libro del mese, che non gliene fregava niente, e insomma a un certo punto, a fatica, se n'è tirata fuori, ma è rimasta la libreria piena di quei libri con la sovraccoperta che ho rivisto in tante case, e anche nei mercatini dell'usato, libri che per la maggior parte io, che leggevo tutto quello che mi capitava a tiro, non ho mai letto, e poi c'erano dei volumoni grossi, che io invece divoravo, quelli mia madre li aveva scelti lei, erano raccolte di gialli. agatha christie, sopra tutti. la mia preferita era miss marple. lei e il suo lavoro a maglia. così british, che già allora, avevo un debole per tutto ciò che era inglese. mi piaceva anche poirot, ma meno, perché la sua maniacalità non mi appartiene, non mi è mai appartenuta. e poi c'era lui, il commissario maigret.
e poi, chissà quando, chissà perché, ho smesso, coi gialli.
un po' perché sono finiti i libroni. un po' perché in tv c'erano ellery queen e il tenente colombo, forse. un po' perché a scuola ho cominciato a leggere hemingway e dostoevskij, forse. non lo so. un po', forse, perché quando ho provato a leggere altra roba, capivo sempre troppo presto dove si andava a finire. allora meglio il tenente colombo, che sai dall'inizio chi è stato, e tutto il divertimento sta nel vedere come il tenente tesse la sua sottile tela di ragno. o jessica fletcher, col suo improbabile americanissimo paesino del main dove non succede mai niente se non che ogni giorno ammazzano qualcuno.
montalbano, tutti che morivano dietro a sto montalbano, una volta ho provato a guardarlo anch'io, hai visto mai, il caso del cane di terracotta, era, che l'avevo capito dall'inizio sta storia del cane, e lui niente, mezzora di telefilm a brancolare nel buio, è il caso proprio di dirlo, ma che non l'avete fatto, il liceo, voi, ah, commissario???
l'alligatore di carlotto, mi è piaciuto un sacco. quello sì. ma erano storie che sapevo. la sua, quella di felicetto maniero, sereno castelli, l'ha chiamato nel libro.
insomma, per dire che quando le mie amiche bibliofile all'unisono mi hanno detto che dovevo assolutamente leggere le storie del commissario ricciardi, ho detto ok, le leggo, le leggo, ma intanto pensavo: ma che c'ho tempo da perdere a leggere i gialli, io?, che io, il tempo da star dietro ai gialli non ce l'ho più, amiche mie. ma sono andata in biblioteca, che non mi ricordavo manco il nome, quasi, di quello, di giovanni, de giovanni, mi pareva na roba del genere. era una serie delle stagioni. dai e dai, li ho trovati, i libri, ma vengono da altre biblioteche, tocca aspettare.
ne è arrivato uno, che non è il primo. pare il secondo, ma mica posso aspettare che quelli si degnino di mandarmi gli altri, così comincio a leggere: la condanna del sangue. ti piacerà, il commissario ricciardi. no che non mi piace, a me, il commissario ricciardi. poi viene fuori pure che vede i morti, e quelli gli parlano. annamo bene, ho pensato, ma ho continuato a leggere, perché a me, non c'è niente da fare, le storie mi piacciono, e voglio sapere come va a finire. è come una droga.
c'è pure un sottoposto, il brigadiere maione, che subito mi fa venire in mente subito quel mezzo deficiente di assistente di montalbano, invece è meglio, mi pare, mica scemo, semplice, forse, ma mica scemo, me lo vedo un po' come il maresciallo frassica, ma meno scemo anche di quello, beh, insomma, volevo dire che il libro l'ho finito, e c'è un bel colpo di scena, che mi è piaciuto, anche se un po' troppo psicanalitico, forse, e poi ce n'è un altro, molto più piccolo, che mi è piaciuto anche di più, perché a me, ormai, mi piace che le cose vadano a finire bene, nei libri almeno, che ci siano persone, nei libri almeno, che credono che l'amore esiste, e che a volte, basta poco, davvero poco, un poco che diventa tutto.
alla prossima, commissa'.

martedì 13 gennaio 2015

io non ho paura?

oggi ho sentito alla radio che l'hashtag del momento è: io non ho paura.
che a me, mi sembra che hanno tutti una paura fottuta, invece.
di morire, intanto. di soffrire. di ammalarsi. di stare soli. di fare brutta figura. di essere lasciati. di perdere qualcosa: soldi, potere, affetti, prime o seconde file, posti al sole o all'ombra del potente di turno...
che invece, per me, bisognerebbe aver paura solo di essere dannati, per l'eternità.
e mi pare che siamo alla solita manfrina della paura del diverso, della conoscenza che cancella, magicamente, la paura oscurantista figlia dell'ignoranza.
cazzo c'entra l'ignoranza con stare da soli, soffrire, morire, io non lo capisco proprio.




lunedì 12 gennaio 2015

tre cose incredibili

che mi sono successe oggi.
stamattina, passare accanto al pulmino, rallentare un pochino per vedere se vedevo i miei figli, vederne uno, essere vista e salutata da lui con un entusiasmo che mi ha riempito gli occhi e il cuore di lacrime di felicità, una felicità che incredibilmente è sempre la stessa ogni volta che mi accade.
essere a pd e mentre cerco di parcheggiare per andare da sant'antonio vedere il mio amico andrea, andare con lui al santo e come al solito parlare, riflettere, discutere e soprattutto imparare un sacco di cose, per esempio che lo scimpanzè ha 13 costole e l'uomo 12 (anche andrea l'ha scoperto da poco, da un libretto scritto da un suo amico, quando adamo perse la costola).
accendere la radio, sentire un'orchestra che mette giù due accordi e pensare: questo è johannes brahms, e il presentatore ha detto che era proprio brahms, la terza sinfonia, pure.

pensiero divergente 2

Bruno: papà, qual è il mese che ha 28 giorni?
Papà: Bruno...(con un sorrisetto che voleva dire: dai Bruno, su, che domande!)
Bruno insiste, sorridendo soddisfatto: Dicembre! Gennaio!Tutti i mesi hanno 28 giorni, almeno!
Io: papà, ricordati che se tuo figlio ti fa una domanda che ti sembra banale, probabilmente ti stai sbagliando...

cose facili, cose difficili, cose normali

Arrivo in cortile dopo un’ora impegnativa in una classe dove c’è un alunno con DOP (disturbo oppositivo provocatorio) che dopo un’ora schizza, e avevo due ore, con la mano che mi fa male perché nell’oppormi a un pugno le dita si sono piegate all’indietro, e trovo una mia collega in lacrime. Soffre di attacchi di panico, ci ha detto. Un’altra collega, sorridendo, che io non lo so, ma se sto piangendo e uno ride mi girano le palle, comunque le ha detto che anche lei soffre di attacchi di panico, è normale al giorno d’oggi, è semplicissimo, guarda, e gliel’ha detto come si dice ai bambini quando si sbucciano un ginocchio, sarà semplicissimo per te, forse, le avrei detto io, che come dice il mio mito Velasco, l’allenatore di pallavolo, non c’è niente di facile o difficile, ci sono le cose che sai fare e quelle che non sai fare, ma comunque, le ha detto, è semplicissimo, vai dalla neurologa, ti dà una pastiglietta, la sto già prendendo, la pastiglietta, ha detto quella che piangeva, eh, ma sei all’inizio, ha continuato l’altra sempre sorridendo, questo è il momento peggiore, te l’avrà detto il dottore, poi ti abitui, io li ho ancora, ma è normale, tranquilla.

domenica 4 gennaio 2015

pensiero divergente

bruno, mio figlio, per calcolare quante figurine aveva in tutto, avendo 7 pacchetti da 5 figurine ciascuno, ha fatto questo ragionamento: 5x7=?  10-7=3, 10x5=50, 5x3=15, 50-15=35, ho 35 figurine.
ci ho messo un quarto d'ora a capire cosa cavolo c'entrassero 50 e 15.

venerdì 2 gennaio 2015

ma l'amore che cos'è 9 - veri uomini

ho trovato questa citazione nel blog di paolo nori


il problema è, caro ronnie, che dei veri uomini, mi pare, non gliene frega più niente a nessuno

mercoledì 31 dicembre 2014

rimborso spese, car sharing e altri scambi

alla radio si stanno chiedendo come mai ci sono tanti donatori di spermatozoi mentre mancano le donatrici di ovociti. mah. chissà come mai.
la dottoressa dell'azienda non so quale, che ha attivato un numero per chiamare se vuoi essere donatore barra donatrice, lamenta che hanno telefonato tanti donatori, mentre ci sono pochissime donne disponibili a sottoporsi a uno screening accurato, svariati esami, trattamento farmacologico (traduzione: bombardamento ormonale) e  successivo intervento invasivo per prelevare gli ovociti.
la dottoressa sostiene che se ci fosse un contributo di solidarietà, altrimenti detto un rimborso spese, tipo pagare le giornate che le donatrici perdono per fare i suddetti trattamenti, magari ci sarebbero più donne disponibili. perché il nostro paese, ha detto, è culturalmente poco disponibile al dono. ha detto così.
in parallelo, poi, ci dovrebbe essere l'egg sharing, che riprende l'ormai noto 'car sharing', ovvero quel servizio per cui tu, invece di possedere una macchina, usi la macchina quando ti serve, prendendola da un parcheggio e riportandocela quando hai finito. il che, mi pare, non c'entra niente con il farsi prelevare gli ovociti, congelarli e darne un a parte a chi non ne ha. la differenza con chi si congela gli ovuli per gli affari suoi è che se accetti di dare gli ovuli a chi non ne ha li puoi congelare gratis. conoscevo uno che siccome gli hanno fatto una radio terapia massiva, che oltre al sistema immunitario gli ha distrutto anche quello riproduttivo, gli hanno fatto congelare gli spermatozoi, che gli costava una cifra all'anno, mantenere quelli che lui chiamava i suoi figli.
alla radio hanno detto anche che apple consiglia alle sue dipendenti di congelare gli ovociti per rimandare la maternità a dopo la carriera. in realtà, sono andata a vedere, facebook e apple hanno deciso di pagare il trattamento e il costo di mantenimento degli ovuli, perché il congelamento (devi congelarti almeno 20 ovuli, dicono) e la conservazione hanno costi molto elevati. facebook ha già iniziato il finanziamento, apple comincerà a gennaio. pensano che sia un sostegno alle donne e alla maternità. potrebbe costare circa 20 mila dollari a donna.

lunedì 29 dicembre 2014

la mamma più meravigliosa

ieri ho salutato i miei nipotini che stanno lontano e tornavano a casa, e abbracciandoli ho detto loro : ti voglio tanto bene! Solo Ginevra mi ha detto: anch'io! e l'ho detto a sua madre, mia sorella.
al che lei mi fa: perché ti stupisci? non ti dicono mai, i tuoi figli, mamma, sei la mamma più meravigliosa del mondo?
macchè, ho detto. e allora leigliel'ha chiesto, ai miei figli: qual è la mamma più meravigliosa del mondo? mentre io pensavo: ma no, dai, lascia perdere. che la risposta la sapevo già, io: non lo so.

lunedì 15 dicembre 2014

problemi

e poi una domenica mattina ti dice che ha un problema, il tuo regalo di natale, e ti viene da piangere, e lo sai anche tu che è una cazzata, ma ti metti a piangere, e fai finta che non ti ho detto niente, ok? ma tu non ci riesci, a smettere di piangere, e allora viene fuori che eh sì, hai proprio qualche problema, tu, laura.

bioritmi

c'è stato un tempo che ne parlavano tutti, dei bioritmi. erano come l'oroscopo.
è che io, adesso, che è mezzanotte e 38, andrei avanti un paio d'ore, a lavorare, ma poi domani mi suona la sveglia alle 6 e venti, e allora devo andare a letto, che devo ancora preparare i vestiti ai bambini, e cercare i dischetti di cotone per fare il bigliettino domattina.

venerdì 12 dicembre 2014

PLURALE MAIESTATIS

Io, il plurale maiestatis non lo sopporto. non l'ho mai sopportato. è ridicolo, è incongruente.
perché non è che il papa lo usasse per parlare a nome dei cristiani cattolici, che allora magari lo potevo anche capire. no, lo usava per la sua persona e basta. al plurale.
un po' come passera, che chissà cosa credeva di aver pensato, a scrivere come titolo del suo programma politico 'io siamo'.
il professore quando bisogna fare qualcosa dice: dobbiamo fare, e io gli dico sempre di smetterla, con 'sto plurale maiestatis, di parlare per lui e basta, ma in realtà non c'entra niente, quello del professore non è plurale maiestatis.
beh, insomma, a me pare che ognuno è meglio se parla per sè.
per cui ho trovato fastidioso, e anche violento, devo dire, che il papa, a istambul, abbia detto: NOI MUSULMANI E CRISTIANI, che già io, che sono cristiana, a sentirlo mi dà fastidio, ma se fossi musulmana, mi sa anche di più, mi darebbe fastidio, ma parla per te, ma accontentati di essere quello che sei, cosa ne vuoi sapere tu di quello che voglio io, come quelli che dicono: siamo tutti... qualcosa, siamo tutti ebrei, siamo tutti palestinesi, siamo tutti omosessuali...
ma cerca di essere quello che sei, se puoi, e basta.

domenica 30 novembre 2014

italiacano 12


VISITA FOGNATRICA.
motivo: DISFONIA.

c'è scritto nella mia ricetta rossa, me ne sono accorta solo stasera.

martedì 25 novembre 2014

donne e nutrie

qualche giorno fa, su facebook, ho scritto un commentino a un post di un mio amico, che commentava a sua volta con un 'che schifo' l'ultima copertina di internazionale in edicola, in questa settimana in cui cade la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. la copertina era questa:



i commenti alla suddetta copertina erano piuttosto uniformi: quelli degli uomini, tutti di area destrorsa, oltre allo schifo, che pare sia il sentimento più comune che suscita l'aborto, e alle critiche scontate alla linea del giornale, si appuntavano poi sulle caratteristiche poco femminee della ragazza in copertina, definita aborto essa stessa, donna mancata, senza vagina eccetera. mentre le donne, sostanzialmente, ribadivano il diritto di abortire.
ma la gravidanza evento comune, perfino normale nella vita riprouttiva della donna?? evento normale, vita riproduttiva. abortire come partorire, perdere un figlio come averlo???
avevo cominciato a scriverne nel commento, ma ho preferito lasciar perdere, quando mi sono accorta che la questione era troppo grossa, ma anche che, evidentemente, lo era solo per me, perché quello che mi aveva colpito allo stomaco a me non aveva sollevato manco un'obiezione. le leggi naturali non esistono, me lo dice sempre anche il professore. non esistono per l'omosessualità, non esistono per la famiglia, per l'essere uomo, o donna.
ma se si tratta dell'aborto, allora la donna diventa un organismo come tanti altri, un animale. libera di non fare niente, secondo la linea di pensiero sottesa a queste affermazioni, assoggettata alle leggi naturali di nascita, crescita e morte, e basta.
una mucca, una mucca ha una vita riproduttiva. un batterio, anche.
un figlio un avvenimento comune, mi sono chiesta di che cazzo di idea di 'evento comune' stesse parlando questa, di che cazzo di vita riproduttiva stava cianciando, che continuano tutti a dire che la normalità non esiste, che non si può neanche dire, è normale, non è normale, tra un po' non è più normale neanche dire che un figlio nasce da un uomo e da una donna, però per l'aborto sì, quello è normale, e io mi sono vista davanti tutte ste donne che si sottopongono a trattamenti terrificanti, bombardamenti di ormoni, intrusioni di tutti i tipi nel loro corpo e nella loro anima pur di avere sto cazzo di figlio che non riescono ad avere, perché non glielo vai a dire a quelle, che normale che è, avere un figlio,  o a quelle che non vogliono averlo e poi quando non possono più averlo allora lo vorrebbero, o a quelle che un figlio, purtroppo, lo perdono prima di perdere la loro vita, ed è una cosa di una pena incredibile, mi sembra impossibile che una donna non lo capisca, che non abbia mai conosciuto, che non abbia mai parlato con una donna che ha perso un figlio.
quando ero incinta di agostino, i primi giorni, ho avuto un distacco molto grosso, che nessuno dei ginecologi dell'ospedale di rieti pensava che si sarebbe riattaccato, e mi tenevano lì, ferma immobile, venti giorni ci sono stata, più che altro ad aspettare che avessi l'aborto.
una ragazza, un'avvocata, si era fatta anche portare il lavoro in ospedale, che, volevo dirle, ma lascia perdere, ma mettiti calma, il bambino l'ha perso. era in camera con me. era un paio di giorni che il feto era morto. è stata una cosa terribile, perché, io non lo sapevo, ma quando abortisci, dipende da quando ti succede, ma in quel momento lì, tre mesi, ti inducono le contrazioni come per il parto, hai quel dolore orrendo che io ancora non lo sapevo quanto fosse dolore, solo che ce l'hai sapendo già che non servirà a niente. una cosa terribile, il dolore del parto senza il parto. tre, giorni, ha pianto, quella. era la seconda volta che le capitava, ma l'altra volta le era successo prima, e non era stato così orrendo. una cosa normale, comune, certo, come no, ma che cazzo stai dicendo.
ecco, oggi ho sentito alla radio un articolo, questo,
http://www.avvenire.it/Commenti/Pagine/ma-la-donna-non-e-una-nutria.aspx
che dice un po' quello che ho pensato, confusamente, dolorosamente io, e lo ricopio nel caso venga cancellato, prima o poi, dal web, ringraziando l'autore, Luigi Ballerini, e il mio giornale, Avvenire, per averlo scritto e pubblicato
«Interrompere una gravidanza dovrebbe essere considerato un evento comune, perfino normale, nella vita riproduttiva di una donna. Proprio come avere un figlio». Questa frase della scrittrice statunitense Katha Pollitt campeggia sulla copertina del numero 1.078 dell’ "Internazionale" accanto alla foto di una donna, dal volto di ragazza. La giovane indossa sopra i jeans una maglietta nera con una scritta bianca: «I had an abortion» (ho abortito).

A prima vista potrebbe avere tutte le carte in regola per sembrare un manifesto pro-aborto. Ma non lo è. È piuttosto il manifesto di una riduzione. La riduzione del corpo a organismo, la riduzione della donna alla sua componente biologica. Vita riproduttiva, ecco il termine centrale e determinante. La donna sarebbe quindi un organismo che nasce, cresce, si riproduce (o non si riproduce) e muore, un organismo per cui sarebbe uguale far nascere un figlio oppure eliminarlo.

Esattamente come una gatta, una mucca o una nutria per le quali immaginiamo che nascita o aborto non siano eventi accompagnati da particolari affetti, ma solo dalle contrazioni ritmiche dei muscoli, l’accelerazione del battito cardiaco e l’aumento della frequenza respiratoria. Ecco la donna ricacciata in una presunta animalità, privata del suo pensiero, ossia della sua anima, del suo spirito, buona per un documentario del National Geographic.

Questo processo di normalizzazione – in realtà di banalizzazione – riduce ciò che invece può costituirsi come evento nella vita della donna. Non solo non è "normale" abortire, non è affatto "normale" nemmeno avere un figlio. Non c’è assolutamente nulla di scontato. Avere un figlio rappresenta un evento eccezionale, che può accadere o no sia per volontà della donna sia per condizioni naturali, un evento tuttavia che si accompagna sempre a riflessioni e affetti intensi, a paure e desideri, a speranze e angosce. Altro che "comune" e "normale".

Le donne non hanno una vita riproduttiva, hanno una vita e basta. A volte difficile, ma sempre intensa, mai banale. In essa si danno accadimenti diversi che riguardano il loro corpo, un corpo vivificato e umanizzato dal pensiero capace di provare a realizzare i desideri, identificare i problemi e cercare delle soluzioni.

Katha si sbaglia. Una donna non è mai una nutria, qualunque cosa faccia. Una donna è un soggetto che pensa e che vive accordando il suo moto, secondo la forma di questo pensiero, in modo da stare bene ed essere felice assieme alle persone che incontra, che sceglie e che ama. Questa, se vogliamo, la possiamo chiamare normalità.
© riproduzione riservata

mercoledì 12 novembre 2014

il giovane favoloso



stasera grazie alla mia mamma ho potuto andare a vedere un film. quando sono partita pensavo che avrei visto 'pasolini', ma poi quando sono arrivata al cinema, fuori dal quale ho trovato la mitica rosalina, la mia prof di italiano del liceo di cui ho scritto qualche tempo fa, ho scoperto che alla stessa ora, ma in un'altra sala, facevano il giovane favoloso, il film di mario martone su giacomo leopardi, non so quanti minuti di applausi all'ultima mostra di venezia. naturalmente, giacomo batte pierpaolo 3 a 0, e ho preso il biglietto. in sala, si è seduta vicino a me la mia maestra di prima elementare. la mia storia scolastica in pochi sedili del cinema.
alla fine del primo tempo ho scritto un sms al professore, dicendogli che sinceramente pensavo meglio. lui mi ha risposto con la famosa, per quelli della mia età, battuta della pubblicità delle lavatrici candy: ma lei è incontentabile! come con tuo marito.
e io gli ho scritto: è leopardi che è incontenibile.
come mi ha detto la rosalina all'uscita: mi è sembrato un leopardi un po' vittima dell'ambiente che lo circondava, ma comunque c'è da rifletterci su, c'erano anche della parti molto belle. sì, ho pensato io, c'erano, erano quelle di leopardi.

una petizione che ho firmato


le vittime dell'agguato di via fani

ieri alla radio ho sentito un regista che non conoscevo, ulderico pesce, che parlava del suo ultimo lavoro, ora in scena a trieste, sulla storia del rapimento e uccisione di aldo moro. si intitola moro, i 55 giorni che cambiarono l'italia, un lavoro scritto dallo stesso pesce con la collaborazione del giudice imposimato, che condusse le prime indagini sulla vicenda.
 le solite cose che ormai mi vado ripetendo anch'io come tanti da anni: chi c'era in via fani, che ci faceva quello dei servizi segreti, e soprattutto: chi ha davvero ucciso moro? pesce ha lanciato una raccolta di firme, a cui si può aderire nel suo sito a questo indirizzo:
http://www.uldericopesce.it/index.php?option=com_petitions&view=petition&id=47 per chiedere la desecretazione di tutti i documenti sull'assassinio di moro e della sua scorta.
ma sono scoppiata a piangere quando pesce ha denunciato il fatto che la lapide in via fani, dove sono stati assassinati alle ore 09:00 del 16 marzo 1978, l'autista di moro, appuntato dei carabinieri Domenico Ricci, 42 anni, il responsabile della sicurezza, maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi, 52 anni, e gli agenti della scorta di moro: la guardia di Pubblica sicurezza Giulio Rivera, 24 anni, il vicebrigadiere di Pubblica sicurezza Francesco Zizzi, 30 anni, e la guardia di Pubblica sicurezza Raffaele Iozzino, 23 anni, la lapide che ricorda questi servitori dello stato, che andavano volontariamente incontro alla morte ogni giorno perché non avevano macchine blindate, e lo sapevano, questa lapide sta a livello del marciapiede, e i cani ci pisciano sopra. la petizione chiede anche questo, che la lapide venga alzata, insieme alla memoria di queste persone, il cui omicidio è rimasto impunito.
tutti i brigatisti ritenuti responsabili per questi fatti sono liberi o, come gallinari, sono morti a casa loro da uomini liberi. uno ha un ristorante in nicaragua.

la targa che ricorda la strage in via fani