mercoledì 12 novembre 2014

un grande maestro, un grandissimo allievo





"al mondo non c'è niente di più bello che capire"
g. c. argan




giulio carlo argan, lo storico dell'arte che generazioni di liceali hanno odiato per via del suo manuale verde di storia dell'arte, che il problema era che non era un manuale, ma noi dovevamo usarlo come se lo fosse, e io, in particolare, oltre a capirci poco, non sapevo che farmene, cosa dire, dopo aver letto tutti quei bei discorsi sull'arte greca, che mi ricordo soprattutto quelli, argan, dicevo, aveva iniziato come tanti bravi studenti figli di buona famiglia, a studiare giurisprudenza. un giorno è entrato nell'aula dell'università dove insegnava lionello venturi, e resta folgorato dalla sua lezione su monet.

passa così a quegli studi, e un giorno il professore assegna un approfondimento per casa. argan glielo consegna e il prof gli fa: ne parliamo venerdì prossimo. il venerdì il prof neanche lo chiama, e passa allo studente successivo nell'elenco. pensando che non gli fosse piaciuto, alla fine argan gli chiede timidamente come mai non gli avesse detto nulla, e lui gli fa: è già in tipografia, lo pubblichiamo sull'ultimo numero di non so che rivista.
 a 27 anni argan, già funzionario statale (una specie di soprintendente alle belle arti di adesso) viene chiamato come ispettore centrale a roma, al ministero dell'educazione, dove da lì a pochissimo diventerà consigliere del ministro luigi bottai.
quando mussolini chiede di cambiare il nome di piazza cordusio a milano, argan, di suo pugno, scrive a mussolini che la cosa non si deve fare, perché cordusio significa 'cors ducis, cuore del duce. mussolini, immediatamente approva, e la piazza conserva il suo nome. in realtà cordusio significa corte del duca.


mercoledì 5 novembre 2014

divorzio

oggi alla radio hanno detto che forse si potrà divorziare davanti al sindaco, e mi è venuto in mente che qualche giorno fa ero in coda alla posta e uno ha chiesto allo sportello se era vero che si poteva fare domanda di divorzio alle poste, o era una balla, quella della posta gli ha detto che lei, per quello che sapeva lei, non ne sapeva niente, non avete dei moduli, ha chiesto quello, no no, niente del genere, per il momento niente, ha risposto l'impiegata.

lunedì 20 ottobre 2014

italia mia, benché il parlar sia indarno 4 - politiche famigliari

 la prima volta che andai in francia, avevo un'amica con nonna a parigi, ci sono stata tre settimane di un luglio molto caldo, ricordo, ho visto praticamente tutto il vedibile, di parigi, conoscevo la metro a memoria, e dopo qualche mese ci sono anche tornata in gita con la scuola, beh, insomma, quella volta, la prima cosa che ho visto e che mi è rimasta impressa è che dappertutto, per le strade, c'erano dei manifesti enormi che facevano la pubblicità ai bambini. sì, quelle cose che vengono fuori dalle pance delle donne, per il momento almeno, dopo quasi dieci mesi. praticamente ste pubblicità erano perché le donne francesi facessero più bambini. la francia ha sempre avuto, con ogni colore politico, una grande attenzione alle politiche famigliari. in termini di agevolazioni fiscali, aiuti diretti e indiretti, politiche scolastiche eccetera. una scuola di musica, in francia, costa 50 euro all'anno. a scuola ti danno tutto, anche penne e quaderni. se hai tre figli, le agevolazioni sono tali che è più conveniente, per la madre, stare a casa invece che andare a lavorare. ci sono agevolazioni per asili e baby sitter anche se la madre non lavora.
oggi sento al tg3 che la francia investe il 4% del Pil per la famiglia. Il regno unito, che ha attualmente una percentuale di quasi due figli per coppia, più alta della media europea, che si attesta sull'1,6 figli per donna, spende il 4,2% del Pil.
L'italia, che ha la media figli per donna più bassa del mondo, investe l' 1,58% del Pil.
l'intervistato, un ricercatore demografo della fondazione agnelli, ha detto che queste politiche funzionano se vengono percepite come stabili nel tempo. Ma dai, sai che non l'avrei mai detto, che in italia credono tutti che basti sganciare un centone così, una tantum, per il corredino, che ci fai la spesa una settimana, o il buono pannolini, che il latte te lo danno a gratis, o la borsa di studio a turno, se hai l'ISEE da fame, che se l'anno dopo tua madre trova un lavoro in regola, tu devi stare a casa, dall'università, perché sfori.
che il professore, l'altra sera, mi fa: io mica lo so come facciamo, a mantenerne tre all'università. ah, gli ho detto, semplice, come vuoi che facciamo, ci separiamo.

giovedì 16 ottobre 2014

è che quando gli ho scritto che l'abbiamo avuto già tutti e due, il nostro amore a metà, volevo dirgli che sarebbe ora che ci dessimo da fare per averne uno intero, e invece mi sono venute altre cose, e così stiamo ancora lì a pensare a come poteva essere, e intanto la nostra possibilità di essere felici, l'unica, si rinsecchisce come il basilico sul mio davanzale, che basterebbe così poco, a volte, basterebbe smetterla.

giovedì 9 ottobre 2014

norite cronica - un fiammifero


oggi a fahrenheit, la trasmissione di radiotre che parla di libri, il libro del giorno è siamo buoni se siamo buoni di paolo nori. se vuoi vincere il libro del giorno devi telefonare e dire la parola che manca di una frase tratta dal libro.
io odio telefonare a gente che non conosco. io odio in generale parlare con gente che non conosco, ma il telefono è peggio, perché non posso neanche stare zitta.
così mi metto ad ascoltare la radio mentre aspetto i bambini che stanno al minivolley, e sento la frase: sono entrato in tabaccheria e ho chiesto un ........., ma il tabaccaio mi ha detto che li aveva finiti tutti.
un fiammifero. voleva un fiammifero. cose che non le vendono più. a me è successo, che sono entrata in tabaccheria perché volevo dei fiammiferi, quelle cartine di cartone piegato a metà coi fiammiferi tutti attaccati,due file, perché dentro al cartoncino c'è un piccolo soffietto, ma chi l'avrà pensata una genialata del genere, che ne staccavi uno e ne stringevi la testa tra le due metà della cartina dove c'era la carta vetrata, lo tiravi in fuori e si accendeva. non le fanno più, mi ha detto, solo i fiammiferi da cucina, solo quelli aveva.
fiammifero, devo telefonare e dire fiammifero. almeno devo provare, so quello che devo dire, nome, paese, fiammifero. ma il numero di fahrenheit, quello di telefono fisso non c'è da nessuna parte. il cellulare per i messaggi, ne mando almeno uno al giorno, tra le varie trasmissioni.
ma il fisso... quando lo trovo, che è un numero verde che tanto adesso non so cosa farmene perché figurati se vado a telefonare un'altra volta, e poi solo stavolta ero sicura che fosse la parola giusta, e solo stavolta mi interessava avere il libro del mese, beh, mi interessava anche quello di ieri che era di doninelli, ma ormai anche ieri è passato. 
fiammifero. continuo a telefonare e per fortuna è sempre occupato. perché io odio telefonare a chi non conosco, mi si seccano le fauci, non so cosa dire, figuriamoci poi se mi fanno parlare in radio, però stavolta, il fiammifero, e poi dire cosa, mi verrebbe sicuramente fuori una schifezza, tipo sì, sono una fan di paolo nori, no, fan non lo posso dire, non sono mai stata fan di nessuno neanche quando avevo 15 anni, mai capito quelle che si tenevano i poster in camera, le figurine nel diario coi cuoricini intorno, no, un ammiratrice, che cazzo di parola: ammiratrice, va bene per de carlo, una lettrice, potevo dire, magari dicevo che sono innamorata di paolo nori, ma che cazzata, insomma il telefono a un certo punto è libero, è libero, ma non risponde nessuno, è libero perché hanno già indovinato, e almeno ditelo, lascia perdere, abbiamo già fatto, grazie, invece continua a suonare, io lì terrorizzata che spero che non risponda nessuno, e non risponde nessuno, comunque poi si sentono gli ascoltatori che dicono cose che non c'entrano niente tipo il sigaro, lo svuotapipe, e una fa: francobollo, e io ho pensato: ovvio laura, era il francobollo, scema, e infatti era il francobollo.

ho scoperto che si chiamano 'minerva'


sabato 13 settembre 2014

una parentesi

ieri incontro di aggiornamento sull'ennesimo acronimo della scuola italiana, i BES, ovvero gli alunni con bisogni educativi speciali, che sarebbero poi tutti, secondo me, invece sono quelli che non hanno una certificazione legge 104, sulla disabilità, né legge 70, ovvero i DSA (disturbi specifici dell'apprendimento, che sarebbero  dislessici, disgrafici, dis-qualcosa), che io già quando comincio a sentire ste sigle mi viene l'orticaria, comunque in pratica sarebbero persone che hanno vari casini non certificati perché il disagio è transitorio, o comunque modificabile, per esempio alunni stranieri che non conoscono la lingua, alunni che hanno avuto un lutto famigliare, alunni in situazione socio-economica svantaggiata...
la dottoressa la fa un po' troppo facile, a mio parere.
intanto, siccome lei è dello sportello autismo, ci parla dell'autismo. il che, con rispetto parlando, mi fa anche piacere parlare dell'autismo, soprattutto quello ad alto funzionamento, ça va sans dir, ma gli autistici secondo me non sono BES, visto che sono certificati (orrendo modo usato a scuola per identificare gli alunni che hanno una certificazione per la loro dis-qualcosa).
la dottoressa a un certo punto ci dice che bisogna usare il cooperative learning, che bisogna mettere quello bravo insieme a quello debole, che lei non l'ha detto, ma è la famosa legge veneta: 'on alto e on basso i fa on gualivo', e io ho detto alla mia collega: ecco, la solita storia, e quelli che hanno l'alto potenziale, non hanno diritto anche loro, non hanno anche loro  dei BES, non hanno diritto a trovar qualcuno con cui confrontarsi, invece che doversi sempre abbassare, e la mia collega mi fa: ne hai sofferto anche tu di questa cosa, a scuola, vero? e io le ho detto di istinto sì, eh, l'avevo capito, mi fa, e io in realtà volevo dirle sì, grazie che mi hai capita, perché non è che a me scocciasse, cioè, mi scocciava, che alle medie avevo una classe che una volta l'avrebbero detta differenziale, e mi mettevano sempre in banco coi peggiori, ma è che mi sentivo sola, mi sentivo diversa, io adoravo andare a scuola, ma non stare lì, in quella classe, in quella scuola lì no, non mi piaceva, mi scocciava che io fossi considerata per quello che sapevo fare, cioè, voglio dire, ero usata, soprattutto la mia professoressa di italiano, le stava sulle balle che io fossi brava, mi metteva in banco con una che mi menava, mi rompeva le penne, oltre ad avere dei problemi di ritardo, poi mi ha messo con uno che era stato bocciato, poi con quella che è diventata la mia amica morena, che anche lei, poveraccia, faceva fatica, ma almeno mi faceva ridere. poi è diventata ragioniera.
sì, in effetti ne ho sofferto, pensandoci, ma più che altro del fatto che anche quello che faceva le sfide con me, che era lui che voleva farle, sai a me che me ne fregava, anche quello prendeva sempre distinto, non ce la faceva quasi mai a prendere ottimo come me, non avevo nessuno meglio di me, e comunque dicevo, più che altro la cosa brutta è che non c'era nessuno a cui imparare interessasse come interessava a me. ecco, questo sì, è stato brutto. che io me lo ricordo che l'ho anche scritto in un tema, che io, a pensarci, non lo sapevo che lavoro avrei fatto da grande, perché io di lavoro avrei voluto studiare tutta la vita.
a quella di italiano le avevo anche scritto che secondo me l'unica soluzione per la guerra fredda era che uno decidesse di disarmarsi per primo, il disarmo unilaterale, l'hanno chiamato dopo, e lei mi ha guardato con un sorriso di compatimento, e deve avermi anche scritto che era un'utopia.




non so

ci provo, ci devo provare, ma non so se ci riesco ancora, a scrivere un post.
perché quest'anno il professore deve lavorare a borgo valsugana, e resta là dal lunedì al sabato, abbiamo trovato un monolocale, una stanza piena di finestre e luce e silenzio, un posto dove vorrei stare io, e io invece devo stare qui, a sbattermi dalla mattina alla sera, e lunedì comincia la scuola, e io sono già stanca. e sei invidiosa, mi ha detto oggi, certo, gli ho detto, che sono invidiosa, vorrei vedere.

venerdì 29 agosto 2014

italiacano 11





la realtà supera sempre l'immaginazione 5 - buchenwald comunista

Nel marzo del 1992, quarantasette anni dopo, Jorge Semprùn torna per la prima volta a Buchenwald.

Una cosa mi aveva colpito, dopo aver sentito il brusio multicolore degli uccelliche avevano fatto ritorno sull'Ettersberg.
Cioè che, ai piedi del versante, non si vedeva più l'area del Campo Piccolo di quarantena. Che le baracche fossero state rase al suolo, come nel resto del recinto, non mi stupiva. Ma lo spazio vuoto non era stato conservato: la foresta era ricresciuta al posto del Campo Piccolo.
Esa ricopriva oramai il blocco 56, in cui avevo visto morire Halbwachs e Maspero. E si stendeva fino al blocco 62, in cui ero approdato il 29 gennaio 1944, e in cui avevo imparato a decifrare i misteri di Buchenwald. A scoprire i segreti della fratellanza. A guardare in faccia l'orrore irradiante del Male assoluto. La foresta ricopriva lo spazio in cui era sorto l'edificio delle latrine collettive, luogo di tanta libertà nel più remoto cerchio dell'inferno.
Solo più tardi avevo avuto la spiegazione di quel fatto.
Nel '45, solo qualche mese dopo la chiusura del campo nazista - gli ultimi deportati, degli jugoslavi, avevano lasciato quei luoghi, pare, nel giugno -, Buchenwald era stato riaperto dalle autorità di occupazione sovietiche. Sotto il comando del KGB, Buchenvald era ritornato ad essere un campo di concentramento.
Lo sapevo già, ero già a conoscenza di quel fatto.
...
Ignoravo, invece, il fatto che nei cinque anni in cui il campo stalinista ha funzionato - è stao smantellato nel 1950, all'epoca della fondazione della Repubblica Democratica Tedesca, sotto la quale fu fatto costruire quell'ignobile monumento commemorativo di cui ho parlato - migliaia di morti sono stati sepolti nelle fosse comuni, ai piedi dell'Ettersberg. La nuova foresta non copriva soltanto il vecchio campo di quarantena: copriva e nascondeva i cadaveri delle migliaia di morti, delle migliaia di vittime dello stalinismo.
Da un lato, quindi, su uno dei versanti della collina, un monumento di marmo maestoso e mostruoso doveva ricordare alla brava gente l'ingannevole, perché puramente simbolico, attaccamento del regime comunista al passato delle lotte antifasciste europee. Dall'altro, una nuova foresta lambiva le frontiere del comunismo per cancellarne la traccia nella memoria umile e tenace del paesaggio, se non proprio in quella degli uomini.

Jorge Semprùn, La scrittura o la vita, pagg. 278-280

venerdì 22 agosto 2014

la realtà supera sempre l'immaginazione 4

oggi purtroppo avevo lo smartphone scarico, che ho uno smartphone nella borsa che lo uso come macchinetta fotografica, ma purtroppo era scarico, volevo fare una foto a Furore, di Steinbeck, che sopra aveva una mega etichetta con scritto 5 euro, pensavo fosse in offerta a 5 euro, invece l'etichetta era questa:


cioè tu compri i libri e loro ti danno il buono benzina.


martedì 19 agosto 2014

italiacano 10 - a borgo valsugana

a borgo valsugana, dove il professore starà l'anno prossimo, perché lo hanno trasferito a trento e a trento, a trento non sono mica come tutti, come diceva mia nonna, che per dire che uno era handicappato, o insomma aveva qualcosa che non andava diceva così, 'no l'è mìa come tuti', a trento non gli interessa se tu sei un lavoratore padre o una lavoratrice madre con figli sotto gli otto anni, nel resto d'italia ti concedono di avvicinarti al coniuge per un anno, ma loro, a trento, loro no, loro vogliono che stai lì cinque anni, e il professore intanto per quest'anno sta lì, che è la sede provvisoria, anche se son dieci anni che è di ruolo, per loro è provvisorio, decidono loro.
beh, insomma, lì, a borgo valsugana, c'è un bar che sull'insegna c'è scritto PRIMERIA, che non l'aveva capito neanche il professore, ma io sì, purtroppo, che vuol dire che fanno i primi piatti.
in piccolo, ma c'è scritto PRIMERIA.

come mi sento

non lo so come tu ti senta... mi scrive un'amica che sta vivendo la dolorosa esperienza della separazione.
come mi sento, bella domanda, le faccio.
sai come mi sento? le ho risposto. mi sento una grossa, grassa cretina.
mi sento come tante altre volte.
mi sento sempre ferma lì.
non riesco neanche più a scrivere. cosa, poi. ma cosa scrivo a fare.
stanno suonando il jazz, a radio tre. una tromba pazzesca, chissà chi è.
ho il libro di semprùn, di sopra, in camera, da leggere. chissà se conosceva simon weil, che ne pensava.
ho la lavatrice da stendere.
è tutto il giorno che piove.
ho da dormire, chissà se stanotte ci riesco.


venerdì 8 agosto 2014

italiacano 9 - negozi

ACQUARIOLOGIA TERRARIOFILIA - su un'insegna di un negozio per animali a ostia
corNOTTEria - bar pasticceria notturna di ostia

lunedì 21 luglio 2014

i consigli di donna moderna

se vuoi ritrovare OGNI STANZA A POSTO, 
suggerisce donna moderna del 22 luglio a pag. 109,
ricordati di...

Passare i tappeti con l'aspirapolvere
Se riesci, lasciali anche qualche ora stesi all'aperto.
Poi spruzzali con lo spray antitarme, avvolgili con dei fogli di giornale nel mezzo e sistemali dietro a un divano.

domenica 20 luglio 2014

il mondo visto dai bambini 2 - bambini e matrimonio

bruno: eh, ma prima si devono sposare! eh, ma se non sono sposati come fanno a nascere i bambini?
sofia: ma mica bisogna essere sposati!
bruno è molto perplesso.
io: basta che ci sia un papà, bruno.
sofia: e gli insetti, allora? come fanno gli insetti?, mica si sposano gli insetti eh!

mercoledì 16 luglio 2014

cicciobello

lo chiamavano cicciobello per via dell'assonanza col suo cognome, il fatto che era un po' sovrappeso, con i due denti davanti un po' da coniglio, e per via della crudeltà umana, che, si sa, nel periodo della scuola media raggiunge vette che pochi, in seguito, sapranno superare.
a me piaceva.
forse anche io a lui, o forse era solo che almeno io non lo chiamavo cicciobello.
i maschi di quella classe delle medie, beh, per me è stato veramente un trauma.
ignoranti come zappe, fissati col sesso, e orrendi, per giunta.
giovanni mi sembrava più mite, più simpatico, col suo sorriso da timido che scopriva quei due dentoni.
e poi anch'io, con lo sviluppo, ero diventata una ciccia bomba. in vacanza mi chiamavano la balena filomena. che stronzi.
prima la mia amica mi ha detto che noi sbagliamo, a rimproverarli sempre, i figli, i figli bisogna sempre far risaltare il meglio, pomparli, renderli soprattutto sicuri di sé. sì, sì, sarà vero. che mia madre continua a chiedersi, con me, come abbia fatto a fare dei figli falliti.
ma dipende anche, ho detto alla mia amica, da qual è il tuo obiettivo. certo, l'autostima è fondamentale. ma a me, le ho detto,  interessa soprattutto che i miei figli siano delle brave persone. non l'ho neanche detta tutta: a me interesserebbe che diventassero uomini buoni. è stata la prima cosa che gli ho detto, io, a i miei figli, quando sono nati. che dovevano diventare buoni.
uomini che, per esempio, non chiamino cicciobello un compagno in sovrappeso.
comunque, giovanni l'avevo rivisto in giro, qualche anno dopo le superiori. alto, magro. forse non aveva neanche più quei dentoni da coniglio.
una mia amica, ho scoperto oggi pomeriggio, era una sua grande amica. di cicciobello non aveva neanche mai sentito parlare. cinico, sportivissimo, fattone, che non voleva legami. me l'ha descritto così.
a un certo punto gli hanno trovato un qualcosa nel cervello, un grumo di sangue, ho una bomba in testa, le ha detto.
ora sta in sedia a rotelle, non riesce quasi neanche a parlare.
l'ha visto un giorno sulla pista ciclabile, che lo spingeva la sorella.

lunedì 7 luglio 2014

think pink 6 - il vento tra i capelli

a me, mettermi controvento, gli occhi chiusi, l'aria che ti tiene indietro tutti i capelli, la faccia sgombra,  non so, il vento, a me è sempre piaciuto. certi, tanti non lo sopportano. quasi tutte, anzi. perché il vento ti scompiglia i capelli. in effetti, a me non piace solo quando mi butta i capelli in faccia e mi vanno in bocca, sugli occhi, dentro il naso, perfino, e non ti puoi girare e non sai come fare a toglierti i capelli dalla faccia. ecco. per il resto, stare seduta sull'erba, col vento tra i capelli, per me, è una sensazione bellissima, una di quelle cose che ti fanno pensare: sì, è bella, la vita.
e c'è gente che questa sensazione bellissima non l'ha mai provata.
come la giornalista iraniana Masih Alinejad, che da quanto bello e strano le pareva, il vento tra i capelli, ha postato una sua foto senza velo, fatta a londra, nel suo profilo fb. e tante donne, iraniane, come lei, le hanno scritto che non doveva mettere quelle foto, che loro non potevano, era una mancanza di rispetto nei loro confronti.
da questa storia è nata la pagina fb My stealthy freedom, la mia libertà clandestina, segreta, potremmo tradurre,

in cui Masih Alinejad ha postato una foto di lei a teheran che, in macchina, guidava senza velo, invitando altre donne iraniane, sfidandole, diciamo, a mettere anche loro le foto del loro attimo di libertà, di ribellione all'imposizione dello hijab da parte delle autorità iraniane.
la pagina ha avuto un imprevisto, enorme successo, e centinaia di donne hanno mandato e mandano il loro 'selfie' (mi ero ripromessa di non usare questa parola, la odio), normalissime,  bellissime foto di donne con i capelli al vento.
contemporaneamente, c'è la storia della rinoplastica.

No agli attori “ritoccati”. La direzione di Tehran Channel ha deciso di non favorire un modello di bellezza frutto della chirurgia estetica e ha cominciato a impedire ai suoi dipendenti, passati per il bisturi, di apparire in video.
“Bisogna evitare che la chirurgia estetica si diffonda in modo contagioso tra attori e attrici”, ha dichiarato Ali Akbar Mahmudi-Mahrizi, capo della programmazione delle serie televisive del canale, il cui segnale è diffuso a Tehran e dintorni.  

(dalla puntata del 4 luglio di radiotre mondo)

la rinoplastica, hanno detto alla radio, è ormai diventata una forma di ribellione delle donne nei confronti della politica sessista delle autorità, nonché una sorta di status symbol, per cui i cerotti al naso si ostentano come segno di disponibilità economica. 







venerdì 4 luglio 2014

not in my courtyard, please

ieri in macchina stavo parlando al professore del libro di semprun sulla tortura, e gli dicevo che non riesco a concepire come un uomo, nel senso di essere umano, possa fare qualcosa del genere a un altro uomo.
oggi ho letto in un articolo dell'Independent che il 36% degli inglesi giustifica la tortura per ottenere informazioni utili a proteggere il pubblico, e il 44% è contrario alla messa al bando della tortura.
l'articolo dice che pare che questi risultati del sondaggio siano da imputare anche a serie tv tipo "24".
amnesty international ha fatto un sondaggio tra 21.000 persone in 21 paesi, e il 44 per cento della popolazione mondiale teme  di essere a rischio di tortura se preso in custodia nel proprio paese. gli inglesi, invece, sono i più tranquilli di tutti: l'83 per cento è sicuro che non subirà alcuna tortura dalla polizia del proprio paese. tortura sì, but not in my courtyard, please.

sordità volontaria


Hai notato il suo berretto? -  mi domanda Otto qualche istante dopo.
- Sì, un berretto dell'NKVD! Nikolaj è molto orgoglioso di indossarlo. Un berretto da ufficiale delle unità speciali della polizia...
- Così, - mi interrompe Otto, - senza cambiare il berretto potrebbe cambiare la situazione: invece di essere deportato in un campo nazista potrebbe essere guardiano in un campo di concentramento sovietico.
Sento un freddo glaciale circondarmi le spalle.
- Che vuoi dire, Otto?
- Quello che dico: ci sonlo campi di concentramento in URSS...
Mi rivolgo a lui.
- Lo so... Ci sono scrittori che ne hanno parlato...
Gork'kij ne parlò a proposito della costruzione del canale del Mar Bianco. Lì mandano persone comuni a lavorare, a lavorare per rendersi utili, invece di marcire stupidamente in galera. Campi di rieducazione per mezzo del lavoro...
Mi rendo conto di avere appena pronunciato una parola fatidica del vocabolario nazista: Umschulungslager, campo di rieducazione.
Otto sorride.
- Proprio così...Unschulung. E' la mania delle dittature, la rieducazione! Ma non voglio discutere con te: hai deciso di non volermi capire. Posso presentarti un deportato russo, un tipo in gamba. Un raskol'nik davvero, un «vecchio credente». Un testimone, non solo di Cristo... Lui ti racconterà cosa succede in Siberia.
- La conosco già la Siberia - gli dico rabbioso. - Ho letto Tolstoj, Dostoevskij...
 - Quelli erano i penitenziari zaristi. Il mio raskol'nik ti parlerà dei penitenziari sovietici.
- Senti, - gli dico, - ho un appuntamento importante,a desso. La prossima volta mi racconti tutto.
(...)
(Otto) la domenica successiva mi aspetta accanto al pagliericcio di Maurice Halbwachs.
 - Lui non ti vuole vedere - mi dice dopo una lunga esitazione.
 . Non vuole parlare con un comunista . dice rapidamente.
(...)
Mi sentivo sconcertato, e pure indignato.
. Non gli hai detto che si sbagliava? Non l'hai tranquillizzato? Cosa gli hai detto?
Scuote la testa e mi posa una mano sulla spalla.
- Che probabilmente tu non gli crederesti. Ma di tenertelo per te, di non parlarne con nessuno. (...)
Mi ha pregato di dirti che non è una questione di coraggio. Ma che è inutile parlare con chi non vuole ascoltare, nemmeno sentire. Verrà il giorno in cui ci vedrai chiaro, lui ne è sicuro.
Siamo in piedi, ora silenziosi, appoggiati alla branda di Maurice Halbwachs.
W' vero che non avrei voluto sentire il raskol'nik, che non avrei voluto ascoltarlo. Per essere del tutto sincero, credo in qualche modo di essermi sentito sollevato davanti al rifiuto del vecchio credente. Il suo silenzio mi avrebbe permesso di rimanere comodamente nella mia sordità volontaria.

Jorge Semprun, Vivrò col suo nome, morirà con il mio, pp. 109-111

giovedì 3 luglio 2014

la realtà supera sempre l'immaginazione 3


In bocca a Tancrède, nel suo esaustivo inventario, manganello era una parola al tempo stesso chiara e indistinta: eravamo ancora nell'ambito dell'idealismo oggettivo!
In seguito, ad Auxerre, nella città della Gestapo, parole e cose divennero più concrete. Imparai presto a  distinguere la realtà materiale dei differenti modelli di manganello.
(...) 
Senza dubbio è sempre meglio sapere che cosa ci aspetta, a che cosa si va incontro. Senza dubbio è meglio sapere, non farsi illusioni. Ma non è questo il punto, perché il corpo, il corpo non sa. Il corpo non può conoscere a priori, prevenire l'esperienza della tortura. Neanche il corpo che ha conosciuto la fame e la miseria ha quest'esperienza, è in grado di anticipare carnalmente quest'esperienza: la tortura è imprevedibile, imponderabile nei suoi effetti, nelle sue devastazioni, nelle conseguenze che lascia sull'identità corporea.
Non c'è modo di prevedere, né di premunirsi contro una possibile rivolta del corpo, che sotto tortura pretende ottusamente -  bestialmente - dalla vostra anima, dalla vostra volontà, dal vostro ideale del Sé una capitolazione incondizionata: vergognosa ma umana, troppo umana.
Di inumano, di sovrumano c'è invece l'imporre al proprio corpo una resistenza senza fine alla sofferenza infinita. L'imporre al proprio corpo, il quale aspira soltanto alla vita, fors'anche svalutata, miserevole, trafitta da ricordi umilianti, la prospettiva liscia e glaciale della morte.
La resistenza alla tortura, anche se alla fin fine è sconfitta - e, a prescindere dal calcolo del tempo, si tratta di ore, giorni o settimane -, è nel suo complesso satura di una volontà inumana, o meglio sovrumana, di superamento, di trascendenza. Perché abbia un senso, una fecondità, nella solitudine abominevole del supplizio bisogna postulare un al di là dell'ideale del Noi, una storia comune da proseguire, ricostruire, reinventare senza interruzione. La continuità storica della specie, in quel che contiene di umanità possibile, sulla base della fraternità: né più né meno.
Perciò quando Tancrède smise di parlare, io sapevo quasi tutto sui metodi della Gestapo, sapevo quale prova mi attendeva, ma non potevo ancora immaginare in quale misura questa esperienza potesse toccarmi, fors'anche cambiarmi. O distruggermi.
Non lo si può sapere prima.

Jorge Semprun, Esercizi di sopravvivenza, pp.24-26