lunedì 29 giugno 2015

il Santo Sacramento del Matrimonio



O magari che anche solo la possibilità di esprimere questi patemi infantili a qualcuno sembrava impossibile se non nel contesto del mistero del vero matrimonio, inteso non semplicemente come una cerimonia e una fusione finanziaria bensì come una vera comunione di anime, e solo ultimamente Schmidt aveva l'impressione di cominciare a capire perché per tutta l'infanzia durante il catechismo aveva sentito la Chiesa definirlo il Santo Sacramento del Matrimonio, perché sembrava in tutto e per tutto miracoloso e transrazionale e lontano dalle possibilità fornite dalla vera vita vissuta almeno quanto la crocifissione, la resurrezione e la transustanziazione, vale a dire che non andava visto come un obiettivo che bisognasse aspettarsi di raggiungere davvero o di conquistare ma come una specie di stella di navigazione, come se fosse in cielo, una cosa alta e intoccabile e miracolosamente bella in quel modo distante che ti ricorda sempre quanto tu da parte tua sei comune e privo di bellezza e incapace di miracoli, che poi era un altro motivo per il quale Schmidt aveva smesso di guardare il cielo o di uscire la sera e invece si sedeva con il telecomando della tv via cavo nella mano sinistra e passava rapidamente da un canale all'altro per paura che all'improvviso trasmettessero qualcosa di meglio su un altro dei 220 canali in chiaro e criptati del satellite e che lui se lo perdesse, trascorrendo tre ore serali in quel modo prima che arrivasse il momento di fissare col cuore impazzito il telefono che a totale insaputa di Darlene Lilley aveva il suo numero di casa in memoria e ci sarebbe voluto solo un attimo di coraggio a rischio di sembrare lascivo o inquietante per usare un solo dito per premere un solo bottone grigio per invitarla a bere un solo cocktail o anche semplicemente un analcolico davanti al quale avrebbe potuto togliersi la maschera pubblica e aprirle il cuore prima di perdersi d'animo e rinviare la telefonata di un'altra sera e trascinarsi in bagno e/o nella camera crema e marroncino per tirare fuori la camicia fresca di bucato e la cravatta per il giorno successivo e recitare il suo rosario serale e poi masturbarsi fino ad addormentarsi un'altra volta.

-->
David Foster Wallace, Oblio. Mister Squishy, Einaudi Stile Libero, pp. 38-39

venerdì 26 giugno 2015

la mamma snaturata e il cinema 7 - the sleepers



torno a casa dopo aver lavorato al menù per il camposcuola con la mia amica monica e trovo i miei presissimi dalla visione di un film. chiedo cos'è? ah, troppo complicato, mi dice mia madre, spiegarti, guardo ed era la scena in cui lui e lei vanno dal prete interpretato da robert de niro, mi ci è voluto un nanosecondo per capire che film era, che film terribile, ho detto, bellissimo e terribile, il ragazzo deve convincere de niro a testimoniare il falso, e per convincerlo decide di raccontargli l'inferno che era stato quel riformatorio in cui erano finiti lui e gli altri per una cazzata, quel carretto dei gelati che, come la carrozzina nella corazzata potiemkin, era finito giù per le scale della fermata della metro, io me lo sogno di notte, sto film, ho detto a mia madre, figurati se non me lo ricordo, quello che faceva il catechista, eravamo alla fine, ormai, ma sono andata a letto, era un po' che non ci pensavo, a sta storia, e adesso ricomincerà a tormentarmi, quando lo vedi non te lo dimentichi più, lo sguardo determinato e tristissimo di brad pitt, la fine infelice di quei due finiti sotto processo, la determinazione di padre bobby nel giurare il falso, e quando ha tirato fuori i biglietti della partita, che segna il punto della vittoria ma non ne gode nessuno, e, sopra a tutto, il dolore che mi opprime ancora adesso il petto a pensare a quei poveri bambini seviziati per i sudici vizi di quattro porci maledetti, e sapere che esistono davvero, che la realtà supera sempre l'immaginazione, sapere che è impossibile resistere eppure tanti lo fanno, ma tanti non ce la fanno, no, non lo volevo vedere più, questo film, accidenti.

PS: e che non lo sapevo, che lorenzo 'shakes' calcaterra, quello che nel film fa il giornalista e la voce narrante, è l'autore del romanzo autobiografico omonimo.
PS2: era un carrettino degli hotdogs, non dei gelati, comunque

mercoledì 24 giugno 2015

ognuno riconosce i suoi 16 - l'iceberg


Ammesso che possa interessare a qualcuno, io quando scrivo cerco sempre di seguire il principio dell’iceberg: i sette ottavi di ogni parte visibile sono sott’acqua. Tutto quello che conosco lo posso eliminare, tenere sommerso, così il mio iceberg sarà più solido. Diventerà la parte nascosta. Se però lo scrittore omette qualcosa proprio perché non la conosce, allora si noterà un grande buco nella storia. Il vecchio e il mare avrebbe potuto essere lungo più di mille pagine, avrei potuto sviluppare la storia degli abitanti del villaggio, come si guadagnano il pane, come sono nati, se hanno studiato, avuto figli, ecc. Ma questa è una scelta narrativa che altri scrittori sanno concretizzare in modo eccellente: quando si scrive, il limite consiste in ciò che altri hanno fatto egregiamente. Perciò ho cercato di provare con qualcosa di diverso. Prima di tutto mi sono sforzato di eliminare il superfluo e trasmettere un’esperienza che il lettore potesse percepire come propria, al punto da credere che sia davvero accaduta. È un’operazione difficilissima alla quale ho lavorato molto. Comunque sia, tralasciando i dettagli tecnici,  in quel caso ho avuto grande fortuna e sono riuscito a comunicare in tutti i suoi aspetti un’esperienza che nessuno aveva mai raccontato prima. La mia fortuna era propria avere tra le mani un brav’uomo e un bravo ragazzo, quando negli ultimi tempi gli scrittori si erano dimenticati dell’esistenza di personaggi di questo tipo. E oltre agli uomini c’era l’oceano, di cui vale altrettanto la pena di scrivere, quindi sono stato fortunato di nuovo. Conoscevo il modo in cui i marlin si accoppiano, per cui ho lasciato perdere. In quello stesso lembo di mare avevo visto un branco d’una cinquantina di balene, e una volta avevo tentato di arpionarne una lunga quasi novanta metri, ma non ce l’avevo fatta.  E così anche questa storia l’avevo messa da parte. In pratica ho lasciato fuori tutti i racconti che sapevo sul villaggio dei pescatori. Cioè la parte sommersa dell’iceberg.

E. Hemingway, intervista al Paris Review, oggi raccolta nel volume “The Paris Review – Interviste”, volume 1, edito in Italia da “Fandango Libri”.

scrivere una sceneggiatura



come ho già detto, mi pare, io adesso mi sono messa in testa che voglio scrivere una sceneggiatura, e mi sono presa un paccone di libri sulla sceneggiatura che la maggior parte sono scaduti e devo riportarli prima ancora di averli letti, a parte uno che mi piace molto e si chiama manuale dello sceneggiatore, comunque ieri ho letto sul blog di paolo nori che è uscita la sceneggiatura dell'ultimo film di paolo sorrentino, youth, che io e mauro siccome avevo comprato dei biglietti su groupon e scadevano e adesso nelle multisale non fanno niente di bello, ci dovevamo andare coi bambini e non c'era niente a parte un film di un teddy bear che si chiama ted e io credevo che fosse per bambini invece è vietato ai minori di 14 anni, insomma era l'ultimo giorno e siamo andati fino a padova perché lì facevano youth, e quando siamo stati alla biglietteria mi hanno detto che quei biglietti lì erano già stati usati, avevo sbagliato a stampare i buoni, e alla fine siamo finiti al festival di radio sherwood, insomma non sono ancora riuscita a vederlo, sto film, adesso hanno pubblicato sta sceneggiatura, la giovinezza, che nella bandella di copertina, c'è scritto, ha detto paolo nori, che è una sceneggiatura che si legge come un romanzo, e ha fatto degli esempi, che per un nome ci sono due o tre aggettivi, che io, non so, ma come si fa a far vedere in un film  «le iridi chiare e acquose, addensate di malinconia e perspicacia» dietro agli occhiali con la montatura nera, oltretutto, perché questo aveva anche gli occhiali, oppure «Sporadiche e irregolari, implose e attutite, come se provenissero dal fondo remoto del mare o della coscienza, affiorano» «brevi note di chitarra»? e ce ne sono molti altri, di esempi tipo questo, di un uomo anziano «dagli occhi chiari, lucenti, onnivori e vitali».
io, che mi ricordo sempre che quando mi viene da usare un aggettivo, è meglio che cerchi di farne a meno, e provare a farla vedere, quella qualità espressa dall'aggettivo, invece di usare l'aggettivo, tipo, non so, invece di dire che uno è vecchio, si può dire che sembra che abbia ottant'anni, che ha la faccia piena di rughe, che non riesce più a stare dritto per l'artrosi, che è in pensione da una vita, che i suoi figli sono morti da un pezzo e lui è ancora vivo, che ha fatto la guerra, eccetera, che gli aggettivi, non è che non bisogna usarli, ma insomma se riesci a non usarli è meglio, che per me, una delle regole che mi sembrano funzionare meglio quando scrivo è quella che usava hemingway, di togliere tutto quello che si può, magari anche qualcosa di più, la teoria dell'iceberg, la chiamava, e ho pensato che forse non ho capito tanto bene, cosa vuol dire, scrivere una sceneggiatura.  adesso vado a riportare dei libri in biblioteca e vediamo se me li lasciano ancora un po', così magari mi schiarisco le idee.

martedì 16 giugno 2015

consolazioni



Chi non resta sbalordito dalla meccanica quantistica evidentemente non la capisce 
Niels Bohr  (1885-1962)



 Nessuno capisce la meccanica quantistica 
Richard Feynman  (1918-1988)

giovedì 11 giugno 2015

bisogna, ragazze!

in cortile parliamo di tacchi alti e la mia collega dice che lei non si sente molto a suo agio, perché è già alta, con i tacchi, e io le ho chiesto se suo marito non è alto, e lei mi ha risposto che sì sì, anzi, a lui piace che lei se li metta, che lei quando esce con lui deve sempre essere tutta in tiro, che lui è un tipo molto ambiziosetto, che spende una pacca di soldi di vestiti, e io ho pensato che bello, eh, avere la moglie figa con gli attacchi di panico, che deve prendere le pastigliette per essere sempre sorridente... del resto, fa lei con tono ammiccante, BISOGNA, RAGAZZE, bisogna, altrimenti finisce tutto!!

il bene funesto




ieri tornavo da scuola e ho sentito che alla radio stavano parlando della leggenda del grande inquisitore, che è un capitolo dei fratelli karamazov. mi sono a messa a sentire e ho scoperto che quello che parlava era niente po' po' di meno che gustavo zagebelsky, giurista,  che su questo capitolo ci gira intorno da vent'anni, ha detto, e adesso ci ha scritto su anche un libro, che si intitola liberi servi.
a un certo punto il professore ha detto che il solo bene è ugualmente funesto come il solo male. così, en passant. una cosa ovvia.
e io ho pensato no, scusa, cioè, in che senso, gli volevo chiedere, scusi, funesto, come fa il solo bene a essere funesto, perché stava dicendo anche delle cose interessanti, e anche dopo, ne ha dette, anche se a un certo punto avrebbe dovuto dire la parola anima, e non ce l'ha mica fatta, a usarla, sono sicurissima che la voleva dire, era l'unica da dire e ha esitato parecchio, stava dicendo che dostoevskij con l'inquisitore voleva denunciare una dittatura 'mite, che non fa uso della violenza, perché non mira a impadronirsi dei corpi, cioè dell'esteriorità dei comportamenti degli esseri umani, ma mira a penetrare nelle... nelle...nella loro... ... nelle menti, ecco:manipolare gli esseri umani attraverso la manipolazioni delle menti', e secondo me quando gli è venuto da dire anima si è un po' spaventato, non so, certo che se parli di dostoevskij, secondo me fedor lì avrebbe usato la parola anima, la dice continuamente, nel libro.
e poi a un certo punto ha detto:
'e poi, diciamoci, c'è anche una ragione letteraria, lei si immagina se il cristo avrebbe preso la parola per difendersi...'
e non sono più riuscita a seguire bene il discorso, perché io quando sento un professore che scambia un condizionale con un congiuntivo, entro in fissa, e mi sono messa a pensare se magari aveva ragione lui, ma adesso l'ho anche riascoltato in podcast, invece era proprio così, quasi mi pareva peggio questa che il bene funesto, ma in effetti, adesso che ci ripenso, il bene funesto è molto peggio.

sabato 30 maggio 2015

la scrittura è l'ignoto



La scrittura è l'ignoto. Prima di scrivere non si sa niente  di ciò che si sta per scrivere e in piena lucidità.
(...) Se si sapesse qualcosa di quello che si scriverà, prima di farlo, prima di scrivere, non si scriverebbe mai.
Sarebbe inutile.
Scrivere è tentar di sapere cosa si scriverebbe se si scrivesse. Lo sappiamo solo dopo. Prima, è la domanda più pericolosa che ci possiamo rivolgere. Ma è anche la più ricorrente.

Marguerite Duras, Scrivere, Milano Feltrinelli 1994
(citata da Ann Huet nel libretto La sceneggiatura)

giovedì 28 maggio 2015

convincerlo

ma come hai fatto, tu, a convincerlo a farne tre?? mi chiedono due colleghe in cortile che avrebbero voluto il secondo figlio, penso, visto che ne hanno uno solo a testa.
convincerlo? ma di cosa stanno parlando?, ho pensato. poi ho capito, anche perché sti discorsi non è la prima volta che li sento, che si stavano riferendo al marito.
io, volevo dirgli, mi sono sposata con uno che pensava che sposarsi significa anche avere dei figli, eventualmente.
era nell'economia delle cose, gli ho detto invece, che poi è la verità, è successo così, non è che io ho deciso adesso faccio un figlio, poi un altro, e un altro ancora, potevamo anche non averli, i figli, non sarebbe stato un problema, anzi certe volte penso che magari era meglio, non so, io li volevo prendere in affido da subito, li prenderei anche adesso, se le cose non fossero così difficili, tra noi, comunque convincerlo, ma che idea, come comprare un'altra macchina, ma no, dai.
che io, convincere la gente, figuriamoci, ma se il mio nome è cassandra, non mi fila mai nessuno, figurati se riesco a convincere uno, sono anni che l'ho capito, che convincere, non si convince mai nessuno che non si convinca già lui da solo.
e mi è venuta in mente subito quell'altra mia collega che siccome voleva il terzo figlio e lui no, falsificava le date sul calendario del ciclo, ma lui che era come lei le correggeva...
bisognerebbe tenerlo in astinenza per un bel po' e poi ubriacarlo, ma di brutto, hanno concluso loro.
e per una volta, lo devo proprio dire, ho pensato che stavolta, mi dispiace ma stavolta mi è andata meglio a me, ragazze.

la realtà supera sempre l'immaginazione - conversazione a distanza su un titolo




P.: Io, a vedere quel libro qua, ho pensato che vorrei proprio fare un’antologia che si chiamasse Il racconto disonesto. Non va bene, ho pensato poi dopo.

L.: comunque io, quando ho sentito l'altro giorno alla radio che avevano fatto un'antologia di racconti che mi pare che ognuno raccontasse la sua, di guerra,  avevo pensato che era un titolo orrendo, e che sarebbe stato molto meglio se lo chiamavano il racconto disonesto.

P.: Il racconto onesto è un bel titolo, secondo me.

L.: non mi sorprende. come al solito, ciò che è terribile, su questa terra, è che tutti hanno le loro ragioni.

P.:Volevo scrivere che il racconto disonesto, sarebbe stato un bel titolo, il racconto onesto non mi sembra abbia senso.

L.: come dicevo prima a una mia collega, la tecnologia è soprvvalutata. in questa nostra pseudo conversazione devo però dire che forse non lo è. fa un favore non rispondermi più niente che adesso mi pare che sia esattamente quello che penso io.

lunedì 25 maggio 2015

due semplici regole



Io aspetto l'ispirazione, che non chiamo per forza con questo nome. Sostengo che tutto ciò che si scrive proviene dal plesso solare.
E' un lavoro, perché vi lascia stanchi, persino esausti. Ma, in quanto sforzo cosciente, non è nulla.
Ciò che conta è avere un momento, diciamo quattro ore al giorno, in cui lo scrittore professionista non fa nient'altro che scrivere. Non deve sentirlo come una costrizione, non deve mettercisi per forza. Può guardare dalla finestra, stare dritto a testa in giù o rotolare sul pavimento, ma non deve fare nulla di concreto, come leggere, scrivere lettere, dare un'occhiata a delle riviste o compilare assegni. Può scrivere, oppure non fare nulla.
E' la stessa cosa che vale per la scuola. Se si obbligano gli studenti a stare tranquilli, imparano qualcosa, giusto per non morire di noia. Trovo che sia efficace.
Vi sono due regole molto semplici:
- non si è costretti a scrivere;
- non si può fare nient'altro.
Il resto viene da sé.

Raymond Chandler, Selected letters of Raymond Chandler, 1981 (ed. it. Marlowe e io )


mercoledì 20 maggio 2015

italia mia, benchè 'l parlar sia indarno 5- serie A, serie B

quelli che sono contro la riforma della buona scuola continuano a dire che si crea una scuola di serie A e una di serie B perché danno dei soldi alle scuole private.
non c'è nessuno, nessuno, che dica che la scuola di serie A e serie B si farà per l'autonomia delle scuole, per cui se sei fortunato e nasci dove c'è una scuola buona, avrai la scuola buona, se nasci in un posto di merda dove c'è una scuola di merda, avrai quella scuola lì. io non so cosa farmene, dell'autonomia della scuola. io non la voglio la scuola regionale, possibile che non gli sia bastata, la sanità regionale???
non c'è più, l'italia. ci sono tante italiette dove si parla la lingua italiana.
ognuno pensa ai cazzi suoi, a chiudersi dentro al suo cortiletto. mi hanno chiesto se vado a fare la sindacalista per l'USB, i sindacati di base, e avevo anche detto di sì, ma mi sa che è meglio che lasci perdere, perché la scuola statale che voglio io, mi sa, non è mica quella che vogliono gli altri.
come al solito, ciò che è terribile, su questa terra, è che tutti hanno le loro ragioni.

mah 2

ogni tanto il contatore di visualizzazioni mi dice che ho un picco di visualizzazioni, ma na roba tipo ieri 200, che rispetto alle solite 10-11, anche meno, degli altri giorni fa un po' impressione. secondo me è rotto.

in fondo


Credo che se non fossi cattolica, non avrei ragione di scrivere, nessuna ragione di vedere, nessuna ragione di provare orrore, o di provare piacere in nulla.
Sono nata cattolica, ho frequentato scuole cattoliche durante l'infanzia e non ho mai lasciato, né ho mai voluto lasciare la Chiesa. Non ho mai percepito l'essere cattolica come un limite alla libertà dello scrittore, piuttosto l'opposto. Mrs Tate mi ha detto che dopo essere diventata cattolica, sentiva per la prima volta di poter usare gli occhi e accettare ciò che vedeva, non doveva creare un nuovo universo per ogni libro, ma poteva prendere quello che trovava. Io stessa credo che essere cattolica mi abbia risparmiato un paio di migliaia di anni per imparare a scrivere. (...)
Non sono molto sicura che il compito di uno scrittore cattolico sia solo quello di riflettere tutto ciò che vede; ma cosa sia o non sia uno scrittore cattolico è un argomento che evito accuratamente.
In fondo, uno scrive quello che può, quello che Dio gli dà.

Flannery O'Connor, Il volto incompiuto. Saggi e lettere sul mestiere di scrivere, Bur, p.112

divertirsi

oggi sono andata a mangiare con la mia amica che non mi ascolta mai, e poi si lamenta, e io le dico ma devi fare così, devi dirgli cosà, e poi lei fa sempre il contrario e si lamenta, devi uscire da questi loop, le ho detto, ma comunque ogni volta ci troviamo d'accordo che vorremmo tanto scappare, solo che lei, mi ha detto, se dovesse dire cosa vorrebbe fare, vorrebbe divertirsi, e io, invece, io divertirmi è una cosa che non mi passa neanche per l'anticamera del cervello, io vorrei prendere in mano un bazooka metaforico per fare stare zitti tutti i miei alunni urlanti, le ho detto, io voglio silenzio, non ne posso più del casino che c'è  a scuola, e adesso devo andare a prendermi in biblioteca i libri che mi sono arrivati sulla sceneggiatura, che voglio scrivere una sceneggiatura, su cosa? mi fa lei, ah, non lo so, ma devo cambiare lavoro, anche se il mio mi piace assai, ma non lo reggo più, il casino, lo stress, le ripicche tra colleghe, i genitori che rompono, perché tanto il nostro lavoro lo sanno fare tutti meglio di noi...
penso di sapere cosa intende, la mia amica, per divertirsi: leggerezza, niente pensieri, ma io è da un pezzo, che l'ho capito, che io, non pensare, non sono mica capace, tanti non lo capiscono, pensano che sia seriosità, invece non c'entra niente, è che io,  divertirmi, per me, è il contrario di quello che pensa la gente, che distrarmi o, com'è quell'altra parola? svagarsi, ecco, svago, lo svago, io, svagarmi è una fatica, per me. se proprio posso, io mi riposo, ma cercare di svagarmi, ma anche no, perché come disse una volta piero chiambretti, si cerca sempre di uscire dalla realtà ma si finisce sempre, inevitabilmente,  in un'altra.

lunedì 18 maggio 2015

un posto



mio marito vive in un paese della valsaugana che la metà degli abitanti, abbiamo scoperto, sono suore. non si vedono perché stanno tutte dentro a un grande edificio all'imbocco del paese, e quando delle persone devono stare in una stanzetta con un letto e un tavolino, se va bene, o stanno insieme in tre quattro in stanze divise da tende bianche, non occupano più di tanto posto.
è un micro paese ma c'è tutto l'occorrente, il municipio, la biblioteca che al lunedì sta aperta fino alle dieci di sera, la sua farmacia col suo distributore di preservativi e tutto, il supermercato con le sue belle offerte, che ha anche uno stand di vestiti taglie large ed extralarge che quasi mi compravo qualcosa, e un reparto piante e fiori che la confezione si paga a parte, e il fornaio proprio sotto casa di mio marito, e fontane dappertutto e fioriere piene di gerani rossi e bianchi e la gente col trattore che porta mucchi di legna, e il parchetto giochi che quasi non hai il coraggio di entrarci, da quanto è tutto nuovo, e la scuola materna color lilla, la chiesa con le porte spalancate, di quelle con la scaletta che sale verso l'organo sopra il portone, i banchi di legno intarsiati, tutto troppo pesante per me ma almeno le candele sono vere, le grandi case coi quattro spioventi e i bordi affrescati sotto i travi, e quelle vecchie e piccole, di sassi e malta, con le scale esterne di legno, le panchine fatte coi tronchi di abete tagliati a metà,  insomma tutto l'armamentario di un tipico paesino di montagna, e la gente che ti saluta anche se non vorrebbe, è più forte di lei, una che avrà avuto la mia età mi è passata di fianco e quando mi è stata vicina le è sfuggito dai denti un salve, ma guardava avanti, come se neanche mi avesse visto.
non lo so, forse è un bel posto per starci, ma non lo so.

giovedì 14 maggio 2015

la materia delle storie 2


La narrativa opera attraverso i sensi, e uno dei motivi per cui, secondo me, scrivere racconti risulta così arduo è che si tende a dimenticare quanto tempo e pazienza ci vogliono per convincere attraverso i sensi. Se non gli viene dato modo di vivere la storia, di toccarla con mano, il lettore non crederà a niente di quel che il narratore si limita riferirgli. La caratteristica principale, e più evidente, della narrativa è quella d’affrontare la realtà tramite ciò che si può vedere, sentire, odorare, gustare, toccare. È questa una cosa che non si può imparare solo con la testa; va appresa come un’abitudine, come un modo abituale di guardare le cose. Lo scrittore di narrativa deve rendersi conto che non è possibile suscitare la compassione con la compassione, l’emozione con l’emozione, o i pensieri con i pensieri. A tutte queste cose bisogna dare corpo, creare un mondo dotato di peso e di spessore.

Flannery O'Connor, Nel territorio del diavolo, p. 60

ognuno riconosce i suoi 15 - la materia delle storie 1



Seconde me è ora di cominciare a riflettere sulle storie a un livello molto più fondamentale, perciò voglio parlare di una caratteristica della narrativa che ritengo il suo minimo comune denominatore – il fatto che sia concreta – e di alcune caratteristiche che ne conseguono. Così facendo, ci occuperemo del lettore nel suo fondamentale senso umano, poiché la natura della narrativa è in gran parte determinata dalla natura del nostro apparato percettivo. La conoscenza umana ha inizio attraverso i sensi, e lo scrittore di narrativa inizia laddove inizia la percezione umana. Agisce attraverso i sensi, e sui sensi non si può agire con delle astrazioni. Ai più riesce molto meglio enunciare un’idea astratta anziché descrivere e quindi ricreare un oggetto che hanno davanti agli occhi. Ma il mondo dello scrittore di narrativa è colmo di materia ed è proprio questo che gli scrittori di narrativa principianti sono così restii a creare. Il loro interesse precipuo va a idee ed emozioni disincarnate. Hanno la tendenza ad essere riformatori e a volere scrivere perché ossessionati non da una storia, ma dal nudo scheletro di qualche concetto astratto. Di problemi, non di persone consapevoli, di questioni e di temi, non dell’ordito dell’esistenza, di anamnesi, e di tutto quel che sa di sociologia, anziché di quei particolari di vita concreti che danno realtà al mistero della nostra posizione sulla terra.

informazioni sulla vita



Oggigiorno si levano alti lamenti per il fatto che gli scrittori si siano tutti ritirati nei college e nelle università, dove vivono in modo decorso, invece di andare in giro a procurarsi informazioni di prima mano sulla vita. In realtà, chiunque sia sopravvissuto alla propria infanzia, possiede informazioni sulla vita per il resto dei propri giorni. Se non riuscite a cavare qualcosa da un’esperienza ridotta, probabilmente non vi riuscirà da un’esperienza più vasta. Il dovere dello scrittore è contemplare l’esistenza, non dissolversi in essa.

Flannery O'Connor, Nel territorio del diavolo, p. 44

sabato 9 maggio 2015

stamattina ho aperto il mio vecchio mac, quello fisso, che praticamente non lo uso più perché per collegarlo a internet ci vuole il cavo e col wi-fi il cavo non c'è e dovrei usare una chiavetta, che il professore me l'aveva anche presa ma non funzionava, e mi sono messa a leggere delle vecchie lettere datate tipo 2002, e boh, poteva essere ieri.