martedì 21 luglio 2015

il buio della ragione genera mostri

ho sentito adesso alla radio, lettura dei giornali, che all'anagrafe, per cambiare sesso, non serve l'operazione.
decidi tu, del resto, chi altri? è un tuo diritto decidere di che sesso sei, ci mancherebbe.
son qua che aspetto il momento in cui uno pretenderà, come suo innegabile e sacrosanto diritto, di riprodursi senza l'intevento di nessun altro. il diritto di auroclonarsi, per vivere una vita migliore, magari, con il genitore ideale: se stesso. come mi ha detto la psicologa, quella volta: devi diventare tu madre e padre di te stessa. o per avere delle parti di ricambio nel caso che, molto più prosaicamente.
il DNA è mio, e me lo gestisco io, ma quanto credete che ci vorrà?
anzi, secondo me da qualche parte lo fanno già. la realtà supera sempre l'immaginazione.

mercoledì 8 luglio 2015

sedicenti

sedicenti erano le brigate rosse negli anni settanta.
siccome volevano fare il compromesso storico, siccome i comunisti erano metà dell'italia, siccome c'era la guerra fredda, siccome in italia c'era il più forte partito comunista d'europa, siccome i partigiani erano tutti comunsiti, siccome dopo la liberazione fascisti, in italia, non ne trovavi più uno neanche a pagarlo, eccetera eccetera, allora al telegiornale dicevano che quelli che sparavano alla gente, che facevano le rapine a mano armata per finanziarsi, che volantinavano davanti alle fabbriche e lasciavano messaggi nelle redazioni dei giornali firmandosi brigate comuniste, rosse, non erano veri comunisti, rossi, no: erano sedicenti comunisti. lo dicevano loro, che erano comunisti, ma non era mica vero. erano, appunto, 'sedicenti'.
se l'erano inventata loro, l'idea della rivoluzione armata. la lotta armata eccetera eccetera.
adesso, hanno ricominciato con la stessa solfa: il sedicente stato islamico, eccetera eccetera. quelli non sono veri musulmani eccetera eccetera. perché non c'è scritto da nessuna parte, nel corano, ha detto uno ieri alla tv, che ci dev'essere uno stato islamico. maometto e ghandi, cosa vuoi, siamo lì. ognuno a modo suo, sì, come no.

martedì 7 luglio 2015

ma l'amore che cos'è 10 - parla con lei



eccolo lì, dov'era finito, ce lo deve aver messo la donna che viene a farmi le pulizie il sabato, in questa stanza che non è neanche nostra, dove mi sono messa adesso perché è più fresca delle altre, dietro a un mobiletto che lo tiene su, col vetro rotto, e i bordi mezzi rovinati, pensare quanto ci ero stata dietro, il nostro primo film, non esiste il caso, il nostro primo film era parla con lei, qualcosa vorrà pur dire, no?, e ho fatto la posta alla locandina un metro per settanta per settimane, al noleggio videocassette, finché me l'ha data, ma chi volete che lo volesse, parla con lei, in quel noleggio, chi vuoi che l'abbia preso, a  noleggio, giusto perché almodovar andava ancora abbastanza di moda, forse, ma se ne sono viste di meglio di locandine, se è per fare arredamento, infatti non gliel'ha chiesta nessuno, e a me mi pareva di non aver mai fatto un regalo così bello, così personalizzato, così significativo, ne ero fierissima, poi è rimasto arrotolato fin quando non so, forse dopo il matrimonio, ho dovuto comprare io, il vetro, e poi quando siamo stati qui si è rotto, quando si è rotto è stato molto triste, per me, lo ricompro subito, mi ha detto, quando ho un attimo di tempo lo ricompro.

la solitudine dello scrittore



Soli, lo si è in una casa. Non fuori, ma dentro di essa. Nel parco ci sono gli uccellini, i gatti e una volta anche uno scoiattolo, un furetto. Non si è soli in un parco. Invece in casa si è tanto soli da sentirsi a volte smarriti. (...)
Ho capito di essere una persona sola con la mia scrittura, sola lontanissima da tutto.

p.9

 La solitudine dei primi libri l'ho mantenuta, l'ho portata con me. La mia scrittura l'ho sempre portata con me, dovunque andassi, a Parigi, a Trouville o a New York.

La solitudine della scrittura è una solitudine senza la quale lo scritto non si realizza o si sbriciola esangue nel cercare cosa scrivere ancora. Si dissangua, l'autore non lo riconosce più.

p.10

Ci vuole sempre una separazione dagli altri intorno a chi scrive libri. (...) la solitudine reale del corpo diventa quella, inviolabile, dello scritto. Non parlavo di questo con nessuno. In quel periodo della mia prima solitudine avevo già scoperto che per me scrivere era una necessità, me l'aveva confermato Raymond Queneau. Il solo giudizi di Raymond Queneau, questa frase: '' Non faccia niente altro, scriva''.

p.10

Scrivere era l'unica cosa che popolava la mia vita e che la incantava. L'ho fatto. La scrittura non mi ha mai abbandonato.

p.11

trovarsi in un buco, in fondo al buco, in una solitudine quasi totale e scoprire che soltanto la scrittura ci salverà. Essere senza alcun argomento, senza alcuna idea di libro significa trovarsi, ritrovarsi, davanti a un libro. Un'immensità vuota, un libro eventuale. Davanti a niente. Davanti a una scrittura viva e spoglia, in un certo senso terribile, terribile da sormontare. Credo che la persona che scrive non abbia nessuna idea di libro, ha le mani vuote, la testa vuota e conosce dell'avventura del, libro soltanto la scrittura asciutta e nuda, senza futuro, senza eco, remota, con le sue regole auree elementari: ortografia, senso.

p. 15

C'è questo nel libro: la solitudine del mondo intero. Essa è ovunque, ha invaso tutto. Continuo a credere a quest'invasione, come fanno tutti. La solitudine è una cosa senza la quale non si fa niente, senza la quale non si guarda più niente. E' un modo di pensare, di ragionare, ma con il solo pensiero quotidiano.

p. 24

Marguerite Duras, Scrivere, Feltrinelli


venerdì 3 luglio 2015

ognuno riconosce i suoi 17 - bella pugnalata



sempre perché il caso non esiste, ho ordinato in biblioteca il primo e al momento unico romanzo di alessandra saugo, che io non lo so, ma una biblioteca di provincia, secondo me, dovrebbe avere almeno un fondo di autori locali, visto che hanno dimesso i libri di morselli, che ne avevano un sacco e adesso manco uno, e ho scoperto anche l'opera omnia, che c'era, del teologo balthazar, che si intitola gloria, e non posso neanche chiederla in prestito dall'unica biblioteca della provincia che ce l'ha, perché non è ammessa al prestito, essendo una serie di volumi belli grossi, che stavano nella sala centrale, quella che adesso è dei bambini, e non oso neanche guardare ma sicuramente l'hanno scartata anche quella, l'opera omnia di benedetto croce, visto che nella stanza dove era, il magazzino, adesso c'è la stanza dei viaggi, della cultura locale e dietro la parete di poesia e letteratura, che io ci ero andata solo perché conoscevo il bibliotecario e c'era poco personale e allora mi faceva andare da sola in magazzino, perché era in magazzino, l'opera omnia di benedetto croce edita da laterza, vecchi libri giallini che uno, avevo scoperto, l'avevano fregato e avevano fregato anche il cartellino dal catalogo, avevo scoperto, ma non gliene fregava niente a nessuno già allora, è che tu non capisci che la differenza tra una biblioteca di divulgazione e una di conservazione, mi dice il professore, eh lo so, sono scema, ho fatto due concorsi da assistente bibliotecario ma non la so, io, la differenza, per quello che mi incazzo ogni volta che penso che avevano eliminato la stampa, il terzo quotidiano italiano, perché, mi ha detto la direttrice che è anche un po' mia amica, lo trovavamo sempre intonso, ma adesso che c'è il suo vicedirettore gramellini che ha molto successo forse la ricompriamo, e intanto hanno comprato libero e la gazzetta dello sport, che uno non so quante decine di lettori abbia, con tutto che ci scrive anche paolo nori e a me fa anche piacere che ci sia, ma quanti vuoi che lo leggano, e la gazzetta dello sport, che c'è in tutti i bar, e con tutti i bar che ci sono, a valdagno, voglio dire, ma vai al bar a leggertela, la gazzetta, no?  e infatti dopo che ho scritto la lettera che non era mica possibile che non ci fosse la stampa in biblioteca, e che mi ha risposto così, poi dopo un po' mi è arrivato un messaggio che l'avevano ricomprata, è sempre perché non capisci la differenza tra biblioteca di divulgazione e biblioteca di conservazione, mi ha detto il professore, e io allora, che credevo di aver capito, ho pensato che il libro di un valdagnese che faceva il prof di ginnastica e ha scritto un libro che si intitola 'sono un ladro' e che è morto in circostanze un po' strane un mese fa, nella biblioteca di valdagno, ci fosse, e invece no, c'è solo nella biblioteca nazionale di roma e firenze, ma almeno, ho pensato, ci sarà il romanzo di alessandra saugo, che, ho scoperto adesso che mi è arrivato, ha una presentazione di antonio moresco, sempre perché il caso non esiste, che io fino all'altro giorno non sapevo manco che esistesse, antonio moresco, fino a quando per sbaglio ho ordinato il suo libro gli increati (ne ho scritto qui), comunque un po' mi sono sentita male, lo confesso, quando ho letto il suo nome, perché se scrive così anche lei, mi sono detta, non so mica se ce la faccio, a leggerlo, con tutto che io, la sandra, da quando la conosco perché è stata per un bel po' la morosa di mio fratello, l'ho sempre stimata, anche se è tanto distante, da me, distante anche nel senso di più in alto, in una certa direzione, lei è sofisticata, ecco, la parola con cui potrei descriverla, quanto io sono elementare, che mi ricordo che leggeva della roba che io, non so, roland barth, per esempio, non sono mai riuscita a capirlo, ma lei mi è sempre piaciuta, come persona, come mi piacciono le persone diverse da me, lontane, eppure per tante cose così vicine.
per fortuna che il libro sì, è strano, ma sono riuscita a leggerlo, mi è anche piaciuto, devo dire, soprattutto alcune cose, altre un po' meno, comunque a me piacciono i libri dove la gente parla della sua vita, che poi, secondo me, forse mi sbaglio ma non credo, uno alla fin fine, cosa vuoi che dica, parla della sua vita, o, almeno, quelli che mi piacciono a me che scrivono, fanno sempre e solo quello, che poi a un certo punto non sai se parlano di loro o di te, e questi sono decisamente i migliori.

Scrivevo tutte le mattine, ma senza un orario, mai, se non per cucinare. Sapevo quando dovevo intervenire perché il cibo bollisse o perché non si bruciasse. E anche per i libri lo sapevo. Lo giuro. Tutto, lo giuro, non ho mai mentito in un libro. E neppure nella vita. Eccetto agli uomini. Mai.
M. Duras, Scrivere, Feltrinelli 1994, p. 26
(insieme al libro della sandra, finalmente mi è arrivato questo libretto della duras che parla di scrittura e solitudine e morte, e vita)

o, per dirla con flannery o'connor,
In realtà, chiunque sia sopravvissuto alla propria infanzia, possiede informazioni sulla vita per il resto dei propri giorni. Se non riuscite a cavare qualcosa da un’esperienza ridotta, probabilmente non vi riuscirà da un’esperienza più vasta. Il dovere dello scrittore è contemplare l’esistenza, non dissolversi in essa.
F. O'Connor, Nel territorio del diavolo. Sul mistero di scrivere, Theoria 1993 pag. 54

giovedì 2 luglio 2015

gli increati

Giocarsi la pelle
Giochi di potere
il corpo del reato
Sei tornato, papà?
la femmina della specie
Tutta colpa della neve
Cairo Automobile Club
Identità rubate
Il sangue degli innocenti
Professione Lolita
Il sole è una donna
Alberi senza radici
L'anno del diluvio
L'ombra del vento
Area 7
L'incidente

questi sono i titoli dei libri appena restituiti, che si presume siano stati letti, nella mia biblioteca. ho copiato i titoli dallo scaffale che c'è vicino al banco prestiti, mentre aspettavo il mio turno. a parte tom clancy, l'autore di giochi di potere, non ho mai sentito nessuno di questi titoli né i loro autori. è incredibile, e sconfortante, vedere quanti libri esistano che non ho mai neanche sentito nominare, e che tutti li leggono, tranne me.
io stavo aspettando un libro che quando l'ho visto ho fatto un colpo, per fortuna che mi ero portata una borsa di plastica, saranno più di mille pagine, ho pensato quando l'ho visto, un mattone enorme, e infatti sono 1013, senza l'indice, è l'ultima fatica, il libro definitivo, hanno scritto così, di antonio moresco, che anche questo, sì, l'avevo sentito, ma così, per sbaglio, cioè, pensavo fosse un altro, ecco.
si intitola gli increati, che come titolo, devo dire, non mi piace per niente. è che avevo letto una presentazione, che poi ho scoperto essere la seconda di copertina, che anche questo, se lo sapevo, magari non ci credevo mica così tanto, a quello che ho letto, perché il libro l'ho richiesto dopo che avevo letto da qualche parte che
"Gli increati è un romanzo vertiginoso, che coinvolge e cattura con la sua spinta narrativa travolgente, un testo autonomo e, nello stesso tempo, il culmine di un unico progetto cominciato più di trent'anni fa con Gli esordi e proseguito con Canti del caos. E' un'opera che taglia e oltrepassa i nostri giacimenti narrativi, poetici, mitici, religiosi, i saperi scientifici, economici, storici, filosofici, il nostro sentimento del mondo, il nostro pensiero e le nostre conoscenze. Che ci trasporta in una dimensione dove non eravamo mai stati, in zone ritenute inaccessibili. Ci confronteremo con un'idea di letteratura a tutto campo, che prende di petto l'indicibile, ancora capace di portare sfida, rischio, avventura, sfondamento, invenzione, visione e passaggio, con un'opera che, mai come in questo caso, si pone non solo come mondo ma anche come ultramondo, abolendo le barriere di vita, morte, vita dopo la morte e immortalità."
comunque vabbè, l'ho preso, penso di essere la prima, a leggerlo, è nuovo di palla, un po' perché è appena uscito, ma un po' forse anche perché tutto il libro parla di com'è la vita, anzi la non vita, dei morti.
come al solito, evidentemente io non ci capisco niente, di letteratura, forse è per quello che non mi sono mai laureata, forse aveva proprio ragione silvio ramat, che quando gli ho presentato una bozza di analisi del testo che avevo fatto su delle poesie di alda merini, mi ha chiesto a bruciapelo, con quel suo tono sempre gentile, pacato, l'accento fiorentino che sono cinquant'anni che stai a padova ma continui ad aspirare la ci che solo per quello uno si sente una cacca, io col mio accento veneto che quando mi sento di rimando nel cellulare, che non so perché quando telefono a mio marito, solo con lui mi succede, mi sento l'eco e mi sembra così brutto, così sgradevole, una volta uno che mi telefonava non ci eravamo mai visti poi quando ci siamo conosciuti mi ha detto che lo sapeva, che non ero uno scorfano (l'antifrasi, era la sua figura retorica preferita) perché l'aveva capito dalla mia voce, a me fa schifo lo stesso, sentirmi, quando parlo, comunque silvio, dal profondo dei suoi occhietti azzurri, di ghiaccio, quella volta mi ha chiesto ma lei, un libro, l'ha mai letto un libro in vita sua? e l'ha detto come se non fosse una domanda retorica, che doveva sembrare una domanda vera, come se lo volesse sapere veramente, se io un libro l'avevo letto o no, nella mia vita, che se l'avesse detto con un tono strafottente, sarebbe stato meno brutto che così, ne sono sicura.
che io, sto libro che nel secondo capitolo la parola morti ricorre più di 40 volte, le avevo contate, l'altra volta che avevo cominciato a scrivere questo post, ma non so come, ogni tanto mi succede, il post si è cancellato, perché non scrivi su word, mi ha chiesto il professore, eh, è difficile da spiegare, gli ho detto, è che non riesco a scrivere, mi fa una fatica, non so perché, non lo so spiegare, ma mi sono accorta che funziona così, vado meglio se scrivo on-line, che se devo metterci dentro una foto gliela trovo subito, insomma adesso non ho tanta voglia di ricontarla, sta parola, comunque, adesso lo faccio, perché io ho questa condanna qua, che sono perfezionista, una casinista perfezionista, una cosa insopportabile, da essere, già è dura essere perfezionista, ma casinista, insomma ho contato, sono 43 volte che ricorre la parola morti, in 5 pagine, da pagina 13 a 17, no, non ce la faccio proprio a leggerlo, non dico che questo moresco non sia uno di questi
'scrittori che portano avanti un'idea originalmente italiana, viva nella lingua, potente, faticosa, lontana dalla gran parte della produzione contemporanea, che nel frattempo ha preso un'altra strada, parallela, costruita su modelli angloamericani con mattoncini di italiano standard, la cui origine è più nel cinema, nella televisione o nella letteratura tradotta, piuttosto che nella tradizione letteraria italiana', come ha scritto in un post andrea coccia  sul sito linkiesta.it, post che si intitola gli Increati, un romanzo per un'Italia che non c'è, che dal titolo si capisce benissimo cosa vuole dire, che questo libro è un libro per pochi, per pochissimi, nessuno, praticamente,
'il perché è piuttosto semplice: in Italia non c'è più un pubblico - o meglio: un pubblico in grado di poter essere definito mercato - capace di apprezzare questo tipo di letteratura. Anzi, peggio, in Italia sembra stia sparendo il pubblico che ha voglia di leggere e, conteporaneamente, sta fallendo tutto il comparto. Questo, principalmente, perché manca una politica reale per incoraggiare la lettura', dice sempre coccia.
ecco dai, almeno la colpa non è mia. è che manca una politica reale per incoraggiare la lettura. il che è vero, in generale, ma non in particolare, ovvero, non per me. perché a me leggere piace. anche senza nessuna politica,  che come ho scritto in quella abbastanza velleitaria campagna 'io leggo perché', io leggo perché non posso farne a meno.
beh, insomma, io, quello in cui non concordo col signor coccia, è che ci sia un'idea originalmente italiana, quella dei moresco, arbasino e, aggiungo io senza alcuna pretesa, dei gadda, e un'altra angloamericana, che si ispira al cinema, dei mattoncini di italiano standard, che io credo di aver capito cosa vuol dire, ma non so se sia vero che non è italiana anche quella, perché io, quando ho fatto il corso con mengaldo su calvino e primo levi, non credo che si possa dire che calvino facesse l'occhiolino al cinema, non parliamo di primo levi, e calvino, per dirla con mengaldo, è l'anti-gadda, oltre che l'anti-pasolini (che anche quello, il cinema, magari, ma la televisione, la letteratura tradotta... eh no eh). ecco, io, ma sai che novità, sono dall'altra parte, diciamola così, ma non è una questione di italianità, di livello, di gerarchia.
è che io, le parole, non so, è che le parole, per me, bisogna usarle con parsimonia, ecco.




lunedì 29 giugno 2015

il Santo Sacramento del Matrimonio



O magari che anche solo la possibilità di esprimere questi patemi infantili a qualcuno sembrava impossibile se non nel contesto del mistero del vero matrimonio, inteso non semplicemente come una cerimonia e una fusione finanziaria bensì come una vera comunione di anime, e solo ultimamente Schmidt aveva l'impressione di cominciare a capire perché per tutta l'infanzia durante il catechismo aveva sentito la Chiesa definirlo il Santo Sacramento del Matrimonio, perché sembrava in tutto e per tutto miracoloso e transrazionale e lontano dalle possibilità fornite dalla vera vita vissuta almeno quanto la crocifissione, la resurrezione e la transustanziazione, vale a dire che non andava visto come un obiettivo che bisognasse aspettarsi di raggiungere davvero o di conquistare ma come una specie di stella di navigazione, come se fosse in cielo, una cosa alta e intoccabile e miracolosamente bella in quel modo distante che ti ricorda sempre quanto tu da parte tua sei comune e privo di bellezza e incapace di miracoli, che poi era un altro motivo per il quale Schmidt aveva smesso di guardare il cielo o di uscire la sera e invece si sedeva con il telecomando della tv via cavo nella mano sinistra e passava rapidamente da un canale all'altro per paura che all'improvviso trasmettessero qualcosa di meglio su un altro dei 220 canali in chiaro e criptati del satellite e che lui se lo perdesse, trascorrendo tre ore serali in quel modo prima che arrivasse il momento di fissare col cuore impazzito il telefono che a totale insaputa di Darlene Lilley aveva il suo numero di casa in memoria e ci sarebbe voluto solo un attimo di coraggio a rischio di sembrare lascivo o inquietante per usare un solo dito per premere un solo bottone grigio per invitarla a bere un solo cocktail o anche semplicemente un analcolico davanti al quale avrebbe potuto togliersi la maschera pubblica e aprirle il cuore prima di perdersi d'animo e rinviare la telefonata di un'altra sera e trascinarsi in bagno e/o nella camera crema e marroncino per tirare fuori la camicia fresca di bucato e la cravatta per il giorno successivo e recitare il suo rosario serale e poi masturbarsi fino ad addormentarsi un'altra volta.

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David Foster Wallace, Oblio. Mister Squishy, Einaudi Stile Libero, pp. 38-39

venerdì 26 giugno 2015

la mamma snaturata e il cinema 7 - the sleepers



torno a casa dopo aver lavorato al menù per il camposcuola con la mia amica monica e trovo i miei presissimi dalla visione di un film. chiedo cos'è? ah, troppo complicato, mi dice mia madre, spiegarti, guardo ed era la scena in cui lui e lei vanno dal prete interpretato da robert de niro, mi ci è voluto un nanosecondo per capire che film era, che film terribile, ho detto, bellissimo e terribile, il ragazzo deve convincere de niro a testimoniare il falso, e per convincerlo decide di raccontargli l'inferno che era stato quel riformatorio in cui erano finiti lui e gli altri per una cazzata, quel carretto dei gelati che, come la carrozzina nella corazzata potiemkin, era finito giù per le scale della fermata della metro, io me lo sogno di notte, sto film, ho detto a mia madre, figurati se non me lo ricordo, quello che faceva il catechista, eravamo alla fine, ormai, ma sono andata a letto, era un po' che non ci pensavo, a sta storia, e adesso ricomincerà a tormentarmi, quando lo vedi non te lo dimentichi più, lo sguardo determinato e tristissimo di brad pitt, la fine infelice di quei due finiti sotto processo, la determinazione di padre bobby nel giurare il falso, e quando ha tirato fuori i biglietti della partita, che segna il punto della vittoria ma non ne gode nessuno, e, sopra a tutto, il dolore che mi opprime ancora adesso il petto a pensare a quei poveri bambini seviziati per i sudici vizi di quattro porci maledetti, e sapere che esistono davvero, che la realtà supera sempre l'immaginazione, sapere che è impossibile resistere eppure tanti lo fanno, ma tanti non ce la fanno, no, non lo volevo vedere più, questo film, accidenti.

PS: e che non lo sapevo, che lorenzo 'shakes' calcaterra, quello che nel film fa il giornalista e la voce narrante, è l'autore del romanzo autobiografico omonimo.
PS2: era un carrettino degli hotdogs, non dei gelati, comunque

mercoledì 24 giugno 2015

ognuno riconosce i suoi 16 - l'iceberg


Ammesso che possa interessare a qualcuno, io quando scrivo cerco sempre di seguire il principio dell’iceberg: i sette ottavi di ogni parte visibile sono sott’acqua. Tutto quello che conosco lo posso eliminare, tenere sommerso, così il mio iceberg sarà più solido. Diventerà la parte nascosta. Se però lo scrittore omette qualcosa proprio perché non la conosce, allora si noterà un grande buco nella storia. Il vecchio e il mare avrebbe potuto essere lungo più di mille pagine, avrei potuto sviluppare la storia degli abitanti del villaggio, come si guadagnano il pane, come sono nati, se hanno studiato, avuto figli, ecc. Ma questa è una scelta narrativa che altri scrittori sanno concretizzare in modo eccellente: quando si scrive, il limite consiste in ciò che altri hanno fatto egregiamente. Perciò ho cercato di provare con qualcosa di diverso. Prima di tutto mi sono sforzato di eliminare il superfluo e trasmettere un’esperienza che il lettore potesse percepire come propria, al punto da credere che sia davvero accaduta. È un’operazione difficilissima alla quale ho lavorato molto. Comunque sia, tralasciando i dettagli tecnici,  in quel caso ho avuto grande fortuna e sono riuscito a comunicare in tutti i suoi aspetti un’esperienza che nessuno aveva mai raccontato prima. La mia fortuna era propria avere tra le mani un brav’uomo e un bravo ragazzo, quando negli ultimi tempi gli scrittori si erano dimenticati dell’esistenza di personaggi di questo tipo. E oltre agli uomini c’era l’oceano, di cui vale altrettanto la pena di scrivere, quindi sono stato fortunato di nuovo. Conoscevo il modo in cui i marlin si accoppiano, per cui ho lasciato perdere. In quello stesso lembo di mare avevo visto un branco d’una cinquantina di balene, e una volta avevo tentato di arpionarne una lunga quasi novanta metri, ma non ce l’avevo fatta.  E così anche questa storia l’avevo messa da parte. In pratica ho lasciato fuori tutti i racconti che sapevo sul villaggio dei pescatori. Cioè la parte sommersa dell’iceberg.

E. Hemingway, intervista al Paris Review, oggi raccolta nel volume “The Paris Review – Interviste”, volume 1, edito in Italia da “Fandango Libri”.

scrivere una sceneggiatura



come ho già detto, mi pare, io adesso mi sono messa in testa che voglio scrivere una sceneggiatura, e mi sono presa un paccone di libri sulla sceneggiatura che la maggior parte sono scaduti e devo riportarli prima ancora di averli letti, a parte uno che mi piace molto e si chiama manuale dello sceneggiatore, comunque ieri ho letto sul blog di paolo nori che è uscita la sceneggiatura dell'ultimo film di paolo sorrentino, youth, che io e mauro siccome avevo comprato dei biglietti su groupon e scadevano e adesso nelle multisale non fanno niente di bello, ci dovevamo andare coi bambini e non c'era niente a parte un film di un teddy bear che si chiama ted e io credevo che fosse per bambini invece è vietato ai minori di 14 anni, insomma era l'ultimo giorno e siamo andati fino a padova perché lì facevano youth, e quando siamo stati alla biglietteria mi hanno detto che quei biglietti lì erano già stati usati, avevo sbagliato a stampare i buoni, e alla fine siamo finiti al festival di radio sherwood, insomma non sono ancora riuscita a vederlo, sto film, adesso hanno pubblicato sta sceneggiatura, la giovinezza, che nella bandella di copertina, c'è scritto, ha detto paolo nori, che è una sceneggiatura che si legge come un romanzo, e ha fatto degli esempi, che per un nome ci sono due o tre aggettivi, che io, non so, ma come si fa a far vedere in un film  «le iridi chiare e acquose, addensate di malinconia e perspicacia» dietro agli occhiali con la montatura nera, oltretutto, perché questo aveva anche gli occhiali, oppure «Sporadiche e irregolari, implose e attutite, come se provenissero dal fondo remoto del mare o della coscienza, affiorano» «brevi note di chitarra»? e ce ne sono molti altri, di esempi tipo questo, di un uomo anziano «dagli occhi chiari, lucenti, onnivori e vitali».
io, che mi ricordo sempre che quando mi viene da usare un aggettivo, è meglio che cerchi di farne a meno, e provare a farla vedere, quella qualità espressa dall'aggettivo, invece di usare l'aggettivo, tipo, non so, invece di dire che uno è vecchio, si può dire che sembra che abbia ottant'anni, che ha la faccia piena di rughe, che non riesce più a stare dritto per l'artrosi, che è in pensione da una vita, che i suoi figli sono morti da un pezzo e lui è ancora vivo, che ha fatto la guerra, eccetera, che gli aggettivi, non è che non bisogna usarli, ma insomma se riesci a non usarli è meglio, che per me, una delle regole che mi sembrano funzionare meglio quando scrivo è quella che usava hemingway, di togliere tutto quello che si può, magari anche qualcosa di più, la teoria dell'iceberg, la chiamava, e ho pensato che forse non ho capito tanto bene, cosa vuol dire, scrivere una sceneggiatura.  adesso vado a riportare dei libri in biblioteca e vediamo se me li lasciano ancora un po', così magari mi schiarisco le idee.

martedì 16 giugno 2015

consolazioni



Chi non resta sbalordito dalla meccanica quantistica evidentemente non la capisce 
Niels Bohr  (1885-1962)



 Nessuno capisce la meccanica quantistica 
Richard Feynman  (1918-1988)

giovedì 11 giugno 2015

bisogna, ragazze!

in cortile parliamo di tacchi alti e la mia collega dice che lei non si sente molto a suo agio, perché è già alta, con i tacchi, e io le ho chiesto se suo marito non è alto, e lei mi ha risposto che sì sì, anzi, a lui piace che lei se li metta, che lei quando esce con lui deve sempre essere tutta in tiro, che lui è un tipo molto ambiziosetto, che spende una pacca di soldi di vestiti, e io ho pensato che bello, eh, avere la moglie figa con gli attacchi di panico, che deve prendere le pastigliette per essere sempre sorridente... del resto, fa lei con tono ammiccante, BISOGNA, RAGAZZE, bisogna, altrimenti finisce tutto!!

il bene funesto




ieri tornavo da scuola e ho sentito che alla radio stavano parlando della leggenda del grande inquisitore, che è un capitolo dei fratelli karamazov. mi sono a messa a sentire e ho scoperto che quello che parlava era niente po' po' di meno che gustavo zagebelsky, giurista,  che su questo capitolo ci gira intorno da vent'anni, ha detto, e adesso ci ha scritto su anche un libro, che si intitola liberi servi.
a un certo punto il professore ha detto che il solo bene è ugualmente funesto come il solo male. così, en passant. una cosa ovvia.
e io ho pensato no, scusa, cioè, in che senso, gli volevo chiedere, scusi, funesto, come fa il solo bene a essere funesto, perché stava dicendo anche delle cose interessanti, e anche dopo, ne ha dette, anche se a un certo punto avrebbe dovuto dire la parola anima, e non ce l'ha mica fatta, a usarla, sono sicurissima che la voleva dire, era l'unica da dire e ha esitato parecchio, stava dicendo che dostoevskij con l'inquisitore voleva denunciare una dittatura 'mite, che non fa uso della violenza, perché non mira a impadronirsi dei corpi, cioè dell'esteriorità dei comportamenti degli esseri umani, ma mira a penetrare nelle... nelle...nella loro... ... nelle menti, ecco:manipolare gli esseri umani attraverso la manipolazioni delle menti', e secondo me quando gli è venuto da dire anima si è un po' spaventato, non so, certo che se parli di dostoevskij, secondo me fedor lì avrebbe usato la parola anima, la dice continuamente, nel libro.
e poi a un certo punto ha detto:
'e poi, diciamoci, c'è anche una ragione letteraria, lei si immagina se il cristo avrebbe preso la parola per difendersi...'
e non sono più riuscita a seguire bene il discorso, perché io quando sento un professore che scambia un condizionale con un congiuntivo, entro in fissa, e mi sono messa a pensare se magari aveva ragione lui, ma adesso l'ho anche riascoltato in podcast, invece era proprio così, quasi mi pareva peggio questa che il bene funesto, ma in effetti, adesso che ci ripenso, il bene funesto è molto peggio.

sabato 30 maggio 2015

la scrittura è l'ignoto



La scrittura è l'ignoto. Prima di scrivere non si sa niente  di ciò che si sta per scrivere e in piena lucidità.
(...) Se si sapesse qualcosa di quello che si scriverà, prima di farlo, prima di scrivere, non si scriverebbe mai.
Sarebbe inutile.
Scrivere è tentar di sapere cosa si scriverebbe se si scrivesse. Lo sappiamo solo dopo. Prima, è la domanda più pericolosa che ci possiamo rivolgere. Ma è anche la più ricorrente.

Marguerite Duras, Scrivere, Milano Feltrinelli 1994
(citata da Ann Huet nel libretto La sceneggiatura)

giovedì 28 maggio 2015

convincerlo

ma come hai fatto, tu, a convincerlo a farne tre?? mi chiedono due colleghe in cortile che avrebbero voluto il secondo figlio, penso, visto che ne hanno uno solo a testa.
convincerlo? ma di cosa stanno parlando?, ho pensato. poi ho capito, anche perché sti discorsi non è la prima volta che li sento, che si stavano riferendo al marito.
io, volevo dirgli, mi sono sposata con uno che pensava che sposarsi significa anche avere dei figli, eventualmente.
era nell'economia delle cose, gli ho detto invece, che poi è la verità, è successo così, non è che io ho deciso adesso faccio un figlio, poi un altro, e un altro ancora, potevamo anche non averli, i figli, non sarebbe stato un problema, anzi certe volte penso che magari era meglio, non so, io li volevo prendere in affido da subito, li prenderei anche adesso, se le cose non fossero così difficili, tra noi, comunque convincerlo, ma che idea, come comprare un'altra macchina, ma no, dai.
che io, convincere la gente, figuriamoci, ma se il mio nome è cassandra, non mi fila mai nessuno, figurati se riesco a convincere uno, sono anni che l'ho capito, che convincere, non si convince mai nessuno che non si convinca già lui da solo.
e mi è venuta in mente subito quell'altra mia collega che siccome voleva il terzo figlio e lui no, falsificava le date sul calendario del ciclo, ma lui che era come lei le correggeva...
bisognerebbe tenerlo in astinenza per un bel po' e poi ubriacarlo, ma di brutto, hanno concluso loro.
e per una volta, lo devo proprio dire, ho pensato che stavolta, mi dispiace ma stavolta mi è andata meglio a me, ragazze.

la realtà supera sempre l'immaginazione - conversazione a distanza su un titolo




P.: Io, a vedere quel libro qua, ho pensato che vorrei proprio fare un’antologia che si chiamasse Il racconto disonesto. Non va bene, ho pensato poi dopo.

L.: comunque io, quando ho sentito l'altro giorno alla radio che avevano fatto un'antologia di racconti che mi pare che ognuno raccontasse la sua, di guerra,  avevo pensato che era un titolo orrendo, e che sarebbe stato molto meglio se lo chiamavano il racconto disonesto.

P.: Il racconto onesto è un bel titolo, secondo me.

L.: non mi sorprende. come al solito, ciò che è terribile, su questa terra, è che tutti hanno le loro ragioni.

P.:Volevo scrivere che il racconto disonesto, sarebbe stato un bel titolo, il racconto onesto non mi sembra abbia senso.

L.: come dicevo prima a una mia collega, la tecnologia è soprvvalutata. in questa nostra pseudo conversazione devo però dire che forse non lo è. fa un favore non rispondermi più niente che adesso mi pare che sia esattamente quello che penso io.

lunedì 25 maggio 2015

due semplici regole



Io aspetto l'ispirazione, che non chiamo per forza con questo nome. Sostengo che tutto ciò che si scrive proviene dal plesso solare.
E' un lavoro, perché vi lascia stanchi, persino esausti. Ma, in quanto sforzo cosciente, non è nulla.
Ciò che conta è avere un momento, diciamo quattro ore al giorno, in cui lo scrittore professionista non fa nient'altro che scrivere. Non deve sentirlo come una costrizione, non deve mettercisi per forza. Può guardare dalla finestra, stare dritto a testa in giù o rotolare sul pavimento, ma non deve fare nulla di concreto, come leggere, scrivere lettere, dare un'occhiata a delle riviste o compilare assegni. Può scrivere, oppure non fare nulla.
E' la stessa cosa che vale per la scuola. Se si obbligano gli studenti a stare tranquilli, imparano qualcosa, giusto per non morire di noia. Trovo che sia efficace.
Vi sono due regole molto semplici:
- non si è costretti a scrivere;
- non si può fare nient'altro.
Il resto viene da sé.

Raymond Chandler, Selected letters of Raymond Chandler, 1981 (ed. it. Marlowe e io )


mercoledì 20 maggio 2015

italia mia, benchè 'l parlar sia indarno 5- serie A, serie B

quelli che sono contro la riforma della buona scuola continuano a dire che si crea una scuola di serie A e una di serie B perché danno dei soldi alle scuole private.
non c'è nessuno, nessuno, che dica che la scuola di serie A e serie B si farà per l'autonomia delle scuole, per cui se sei fortunato e nasci dove c'è una scuola buona, avrai la scuola buona, se nasci in un posto di merda dove c'è una scuola di merda, avrai quella scuola lì. io non so cosa farmene, dell'autonomia della scuola. io non la voglio la scuola regionale, possibile che non gli sia bastata, la sanità regionale???
non c'è più, l'italia. ci sono tante italiette dove si parla la lingua italiana.
ognuno pensa ai cazzi suoi, a chiudersi dentro al suo cortiletto. mi hanno chiesto se vado a fare la sindacalista per l'USB, i sindacati di base, e avevo anche detto di sì, ma mi sa che è meglio che lasci perdere, perché la scuola statale che voglio io, mi sa, non è mica quella che vogliono gli altri.
come al solito, ciò che è terribile, su questa terra, è che tutti hanno le loro ragioni.

mah 2

ogni tanto il contatore di visualizzazioni mi dice che ho un picco di visualizzazioni, ma na roba tipo ieri 200, che rispetto alle solite 10-11, anche meno, degli altri giorni fa un po' impressione. secondo me è rotto.

in fondo


Credo che se non fossi cattolica, non avrei ragione di scrivere, nessuna ragione di vedere, nessuna ragione di provare orrore, o di provare piacere in nulla.
Sono nata cattolica, ho frequentato scuole cattoliche durante l'infanzia e non ho mai lasciato, né ho mai voluto lasciare la Chiesa. Non ho mai percepito l'essere cattolica come un limite alla libertà dello scrittore, piuttosto l'opposto. Mrs Tate mi ha detto che dopo essere diventata cattolica, sentiva per la prima volta di poter usare gli occhi e accettare ciò che vedeva, non doveva creare un nuovo universo per ogni libro, ma poteva prendere quello che trovava. Io stessa credo che essere cattolica mi abbia risparmiato un paio di migliaia di anni per imparare a scrivere. (...)
Non sono molto sicura che il compito di uno scrittore cattolico sia solo quello di riflettere tutto ciò che vede; ma cosa sia o non sia uno scrittore cattolico è un argomento che evito accuratamente.
In fondo, uno scrive quello che può, quello che Dio gli dà.

Flannery O'Connor, Il volto incompiuto. Saggi e lettere sul mestiere di scrivere, Bur, p.112